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Cavalleria Rusticana al San Carlo di Napoli
Sabato 15 Giugno 2019 06:52

https://www.teatrosancarlo.it/it/spettacoli/cavalleria-rusticana.html

 

San Carlo Opera Festival

 

dal 6 al 14 luglio 2019

 

Pietro Mascagni/

CAVALLERIA RUSTICANA

Opera in un unico atto su libretto di Giovanni Targioni -Tozzetti e Guido Menasci, tratto dalla novella omonima di Giovanni Verga

 

Prima rappresentazione: Roma, Teatro Costanzi, 17 maggio 1890

 

Direttore | Juraj Valčuha
Maestro del Coro | Gea Garatti Ansini
Regia | Pippo Delbono
Scene | Sergio Tramonti
Costumi | Giusi Giustino
Luci | Alessandro Carletti

 

Interpreti
Santuzza, Violeta Urmana / Veronica Simeoni
Turiddu, Marcelo Álvarez / Roberto Aronica
Mamma Lucia, Elena Zilio
Alfio, George Gagnidze
Lola, Leyla Martinucci

 

 

Orchestra e Coro del Teatro di San Carlo

 

Produzione del Teatro di San Carlo
Premio Abbiati 2012 per le scene di Sergio Tramonti

 

SERIE ARANCIO
sabato 6 luglio 2019, ore 19.00 - Turno A
martedì 9 luglio 2019, ore 20.00 - Turno C/D
giovedì 11 luglio 2019, ore 18.00 - Turno B
sabato 13 luglio 2019, ore 19.00 – Fuori Abbonamento
domenica 14 luglio 2019, ore 17.00 - Turno F


Spettacolo in Italiano con sovratitoli in Italiano e in Inglese

 

Durata: 1 ora e 10 minuti circa senza intervallo

 

“Scusate l'intromissione sono il regista di questo spettacolo”. Con un prologo sul senso della perdita e del lutto che cerca resurrezione, Pippo Delbono spalanca le porte del paesino dell'entroterra siciliano dove si consuma la fosca vicenda verghiana, fiaccola di un grumo di sentimenti arcaici. Un'opera vista da e con il cuore, che per Delbono, citando Ungaretti, è il paese più straziato. Ripulita sapientemente dagli stereotipi di sicilianità esasperata ed i toni folcloristici, questa è una Cavalleria solenne, investita dalle luci spiazzanti di Alessandro Carletti, un poema agonistico e umano che deraglia verso le ferite della passionalità distruttiva.

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La gioia: Pippo Delbono e l'estetica della diversità
Giovedì 13 Giugno 2019 21:39

La gioia: Pippo Delbono e l’estetica della diversità

Pubblicato il 9 Giugno 2019
Emilio Sala
AMADEUS MAGAZINE

Ogni vero melomane si sente “diverso”. Dal barone Rodolphe de Gortz di Jules Verne al Fantasma dell’Opera o a Fitzcarraldo di Werner Herzog i melomani sono dei tipi (di solito maschi) eccentrici e non troppo rassicuranti – dei “diversi”, insomma.

Pensavo a questo guardando e ascoltando La gioia, lo spettacolo di Pippo Delbono in scena al Piccolo Teatro Strehler. Uno spettacolo che usa la musica come dei “numeri chiusi” in tutto e per tutto “operistici”. Il più straordinario è il valzer della Masquerade di Chačaturjan: illuminato da luci stroboscopiche e sparato a volume da concerto rock, questo “numero” è costellato di personaggi completamente “folli” che si agitano indemoniati per il palcoscenico e poi invadono anche la platea trasportati dal vortice di quel valzer meraviglioso, ma pure un po’ pacchiano, che quando finisce strappa un applauso a scena aperta non so se più commosso o più liberatorio (per fortuna l’incubo psichedelico è finito!).

Mi è subito venuta in mente la “lettera sull’opera” che Gilbert Rouget inserisce nel suo famoso libro Musica e trance (ce n’è una simile anche nelle Lettres persanes di Montesquieu). A scriverla è un etnomusicologo originario del Benin che con uno sguardo straniante descrive lo spettacolo operistico come se fosse una “cerimonia di possessione”.

L’estetica della diversità praticata da Delbono usa anche il suono come elemento mercuriale, capace di aprire spazi drammaturgici pluridimensionali. L’effetto di Laurence Olivier che recita il monologo di Amleto nel famoso film, e a un certo punto non muove più le labbra ma la sua voce continua diventando “interiore”, è un effetto continuamente presente nello spettacolo di Delbono. Così come è presente il playback, insieme tenero e grottesco, del ragazzo down (Gianluca Ballaré) che “canta” Maledetta primavera della Goggi en travesti.

Ma è chiaro che la voce registrata come “oggetto perduto” è quella di Bobò, il sordomuto da poco scomparso che, vissuto per quarant’anni nel manicomio di Aversa, era un po’ l’icona della compagnia e che ora, con la sua assenza (la panchina vuota) e soprattutto con la sua invisibile “voce da uccellino”, crea un vuoto sul quale galleggia in modo struggente tutto lo spettacolo.

Chi ha vissuto profondamente il parossismo dell’emozione operistica, la sua “gioia”, chi ha ascoltato l’alterità della voce, la sua natura fantasmatica, sa che anche il teatro di Delbono è “opera”.

 
Pippo Delbono, la gioia è una cosa meravigliosa
Giovedì 13 Giugno 2019 21:33
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Pippo Delbono, la gioia è una cosa meravigliosa

di Anna Bandettini

Post Teatro
Pippo Delbono in

Pippo Delbono in "La gioia"

Unico tra gli artisti italiani, Pippo Delbono da anni costruisce storie frutto di un’emozione, di uno slancio, di un dolore privato e non per esibizionismo o autobiografia sfrenata come tanti lo accusano, ma per una idea molto precisa di teatro. Che per lui non è rappresentazione di una trama, ma il luogo dove è la vita, lo spazio dove si squaderna l’album dei sentimenti, che sia la rabbia come in Urlo, o la spiritualità, la morte, l’amore per la mamma come in Vangelo e Orchidee. Ora, La gioia,sempre prodotto da Ert-Emilia RomagnaTeatro, al Piccolo di Milano, il nuovo lavoro senza gioia, preparato in un momento di buio, malessere, solitudine, depressione e col trauma, dopo le prime repliche, della morte lo scorso febbraio di Bobò, l'attore microcefalo che Delbono aveva salvato dal manicomio, ha il merito di smontare anche con ironia questo suo teatro (“vi prometto che non parlerò più della mamma” dice all’inizio) e forse anche i fantasmi che ha generato, come in un dolente, bellissimo funerale, incammminandosi nei meandri dell’animo umano alla ricerca della fatidica gioia.

 Gianluca Ballarè

Gianluca Ballarè

Il linguaggio scenico, è qui più scarno di altri lavori, anche se culmina nel finale nello scenografico giardino delle composizioni floreali di Thierry Boutemy. E anche la compagnia stavolta dà vita più che a personaggi a una serie di figurine fantastiche come quelle di un circo felliniano, visioni, ombre della mente: la danzatrice di tango, lo strano Pierrot, ballerine, pagliacci, una damina del Settecento. C’è Nelson Lariccia, l’ex-barbone, che al suono di “Be happy” innaffia un fiore finto da cui ne nasce un altro e un altro fino a formare un giardino di fiori finti e una felicità posticcia; c’è Gianluca Ballarè, l’attore down che rifà Loretta Goggi in Maledetta primavera con la sensibilità disarmonica dei balletti che è la stessa di Pippo quando si agita nello spazio o quando sale e scende dalla platea e dal palcoscenico - che sempre sono tutt'uno nel suo teatro- e recita il passo dell’«Enrico IV» di Pirandello in cui il personaggio protagonista svela la "finta" follia, ai "normali" che invece sono folli.

Gli attori di

Gli attori di "La gioia"

E su tutti c'è la memoria di Bobò, che di questo spettacolo aveva fatto parte in una scena molto forte, in cui stava sereno seduto su una panchina, ora vuota e, attorniato dagli altri personaggi, spegneva le candeline della torta di compleanno, mentre la voce amplificata di Totò recitava (e recita ancora) la “preghiera del clown” («C’è tanta gente che si diverte a far piangere l’umanità, noi dobbiamo soffrire per divertirla; manda, se puoi, qualcuno su questo mondo capace di far ridere me come io faccio ridere gli altri»). "Dopo Bobò c'è sempre un vuoto", diceva Pippo quando Bobò usciva dal palcoscenico, e risentirlo oggi ha la dolcezza del commiato.

La Gioia non ha storie da raccontare e quindi neppure un qualche rigore di montaggio, ma è un’opera casta e di coraggio, che ha risonanze al di la di quello che mostra, come nella scena in cui Pepe Robledo allinea barchette di carta in proscenio con il "Padre Nostro" di Erri De Luca o la "prigione di fiori" in cui Pippo si chiude nel dolcissimo finale. I tanti frammenti si traducono in un sentimento intenso, come a una cerimonia di accompagnamento, ma non verso la morte e nemmeno verso la gioia, ma verso la speranza nella dura gioia che tutti aspettiamo. Ed è un sentimento che sembra intimamente legare i bravi interpreti, oltre ai citati, Dolly Albertin, Margherita Clemente, Simone Goggiano, Ilaria Distante, Mario Intruglio, Gianni Parenti, Zakria Safi, Grazia Spinella.

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La gioia secondo Pippo di Maria Grazia Gregori
Giovedì 13 Giugno 2019 21:27

Delteatro.it

La gioia secondo Pippo

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La gioia”, lo spettacolo di Pippo Delbono, è l’approdo possibile di un dolore, come la scomparsa dell’insostituibile Bobò, oppure l’esito inatteso di un atto di condivisione, di un “fare” che significa essere “dentro” un tutto a cui apparteniamo e che ci appartieneMaria Grazia Gregori


Si fa presto a dire gioia. Questa parola, scelta da Pippo Delbono come titolo del suo nuovo, commovente spettacolo presentato al Piccolo Teatro Strehler, è una gioia del tutto particolare: non è un sentimento di felicità, di appagamento, ma nasce dal dolore, dalla mancanza, dalla solitudine, dalla nostra incapacità di essere felici – e dunque gioiosi –, dalla nostra impotenza, da una solitudine che non abbiamo cercato ma che ci troviamo addosso plumbea, dura, legata a ciò che abbiamo vissuto. Eppure anche per Delbono gioia significa – almeno così mi pare – desiderio di pienezza, di condivisione. Ecco forse la parola giusta: “condivisione”. Tutto in questo spettacolo nasce dalla condivisione: del lutto, della malattia, della solitudine. Il lutto c’è: lo sappiamo fin dall’inizio, è la morte di Bobò amico, fratello, ispirazione di Pippo morto nel corso dello spettacolo. E c’è la sua voce, ma dovrei dire la sua “parola”, tenera, gorgogliante, registrata e fatta sentire: senza esibizionismi ma con sincero e amoroso rispetto e nostalgia.

In scena è Pippo che orchestra tutto: sia che salga o scenda dal palcoscenico per parlare al pubblico, per raccontare di sé anzi di “loro”, i suoi compagni di teatro e di vita, talvolta rinchiuso in una specie di cella al centro della scena, isolata da tutto, e intanto lascia fluire la memoria, per dirci come sia difficile raggiungere – per lui, per tutti – quella specie di atarassia che è in qualche modo l’inizio della liberazione di un dolore, di un’infelicità, di sentirsi soli al mondo. Quello però che è certo è che lui non è solo: ci sono i suoi compagni, come lui segnati da esperienze difficili, da dolori che sembrano impossibili da sopportare, dalla malattia. Li conosciamo: Gianluca, Dolly, Nelson, Pepe e tutti gli altri, tutti segnati da esperienze di dolore o di diversità, comunque di emarginazione, tutti imbarcati per amore su questa nave dei folli che è la compagnia di Pippo Delbono che porta in giro per il mondo la sua diversità, la sua provocatoria instabilità che poi è il senso della poesia del suo teatro. Parlano, raccontano, alle volte si trasformano in oscure apparizioni in mezzo al pubblico, insieme ballano un valzer triste costruendo figure che sembrano pensieri in movimento. E può succedere che Pippo si trasformi con una sua compagna in un danzatore di tango – si sa il tango è un pensiero triste che si balla – subito dichiarando con ironia che ne sta prendendo lezioni.

Ma la gioia dov’è, cos’è questo sentimento che anche solo per pochi istanti può farci sentire felici? È il pensiero buddista che ci spinge ad allontanarci dalla cose del mondo, da ciò che ci dà dolore, per trasformarci a osservare le cose non con indifferenza, ma con una capacità di immergerci nel tutto? Delbono costruisce questo pensiero ma poi – si direbbe – se ne allontana; sono troppo forti i richiami degli assolo dei suoi attori: la cantante imitata perfettamente da chi è senza voce, quell’indistruttibile orlo nero che fa da sfondo da sempre ai suoi lavori anche a quelli all’apparenza più scriteriati, sottolineato con le musiche, fra gli altri, di Antonio Bataille, Nicola Toscano, Pippo stesso. Il personaggio muto interpretato da Pepe Robledo, compagno di strada di Pippo fin dall’inizio della sua storia teatrale, potrebbe suggerirci una conclusione. Pepe si muove per tutta la scena senza mai dire una parola, portando con sé dei grandi pacchi di stracci, di foglie, di poetiche barchette, creando immagini per tutta la scena che poi disfa per sostituirle con altre fino quando, verso la fine dello spettacolo, scompaiono tutte lasciando un palcoscenico vuoto che inizia di nuovo a riempire di fiori costruendo delle composizioni, fino a quando dalla soffitta del palcoscenico cadono, incastrandosi a terra delle lunghe pertiche del tutto simili ad alberi carichi di fiori fra i quali poi Pippo si inoltra sorridendo. Pepe con il suo andare e venire silenzioso, con il suo costruire mondi immaginari, mi sembra suggerisca quello che a me pare il filo conduttore di tutto lo spettacolo: che “bisogna” fare, costruire qualcosa, non fermarsi, andare avanti. Ci sarà un premio alla fine: la gioia non solo di fare ma anche di sfiorare o addirittura di vivere la bellezza. Non è vero Pippo?

Gran successo alla fine e pubblico in piedi ad applaudire.

Visto al Piccolo Teatro Strehler di Milano. Repliche fino al 9 giugno 2019. Foto di Luca Del Pia

La gioia
uno spettacolo di Pippo Delbono
composizioni floreali Thierry Boutemy
musiche Pippo Delbono, Antoine Bataille, Nicola Toscano e autori vari
luci Orlando Bolognesi, suono Pietro Tirella, costumi Elena Giampaoli
Compagnia Pippo Delbono
con Dolly Albertin, Gianluca Ballarè, Margherita Clemente, Pippo Delbono, Ilaria Distante,  Simone Goggiano, Mario Intruglio, Nelson Lariccia, Gianni Parenti, Pepe Robledo, Zakria Safi, Grazia Spinella e con la voce di Bobò
produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione
coproduzione Théâtre de Liège, Le Manège Maubeuge – Scène Nationale

 

 

 
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Teatro. Addio a Bobò, icona poetica di Delbono -Avvenire-
Lunedì 04 Febbraio 2019 11:14

Teatro. Addio a Bobò, icona poetica di Delbono


Angela Calvini sabato 2 febbraio 2019

Aveva 82 anni. Sordomuto, ha vissuto per decenni in un manicomio prima di incontrare nel 1995 l'autore teatrale che ne ha fatto il protagonista di molti suoi spettacoli e la cifra del suo stile.

Bobò, l'attore sordomuto protagonista di una decina di spettacoli di Pippo Delbono, appena scomparso (foto Luca Del Pia)

Bobò, l'attore sordomuto protagonista di una decina di spettacoli di Pippo Delbono, appena scomparso (foto Luca Del Pia)

Bobò non parlava, ma quando entrava in scena, con la sua presenza stralunata e i suoni striduli della sua voce capace di entrare nell'anima, catalizzava tutti gli spettatori. In quello strano omino piccolo, sordomuto e microcefalo, una sorta di Puck invecchiato, si condensava tutta l'essenza della vita, nella sua drammaticità e bellezza, come aveva capito il drammaturgo Pippo Delbono che per vent'anni ne ha fatto icona del suo teatro. Ora Bobò, vero nome Vincenzo Cannavacciuolo, se ne è andato all'età di 82 anni, dopo averne passato circa la metà in manicomio di Aversa. I funerali si sono tenuti oggi pomeriggio nella chiesa di Santissima Maria Annunziata di San Cipriano d’Aversa, presente il suo pigmalione Delbono. Bobò era nato nel 1936 a Villa di Briano in provincia di Caserta ed era entrato in manicomio ad Aversa a soli 16 anni, dove è restato per decenni, sino a quando vi incontrò Pippo Delbono che vi si era recato per organizzarvi e tenere un laboratorio teatrale. Autore, regista ed attore fuori dagli scheremi, provocatorio e intenso, Delbono indiviidua in Bobò il suo alter ego, fatto di leggerezza, sorrisi sinceri, e poesia spontanea e innata.

Pippo Delbono e il suo attore icona Bobò  (foto Luca Del Pia)

Pippo Delbono e il suo attore icona Bobò (foto Luca Del Pia)

Nasce allora un sodalizio solido e profondo «che va al di là del linguaggio e di quella strana finzione che siamo soliti chiamare ragione. Bobò e Pippo. Pippo e Bobò» come recita il comunicato che porta il triste annuncio della Fondazione Emilia e Romagna Teatro. Arte e vita, quindi si intrecciano e Bobò diventa protagonista dei principali spettacoli di Pippo Delbono, a partire dal bellissimo Barboni, nel '97 seguito da Guerra l'anno dopo e poi Esodo (2000), Il Silenzio(2000), Gente di Plastica (2002), Urlo (2004), Questo Buio Feroce (2006), La Menzogna (2008), Dopo la battaglia (2011), Orchidee (2013), Vangelo (2015), La Gioia (2018) e nelle opere liriche Cavalleria rusticana (2012), Don Giovanni (2014), Madama Butterfly (2014), Pagliacci (2018), e presente in molti dei suoi film. Nella prima metà degli anni '90 faceva ancora scalpore la presenza nel teatro di serie A, e non semplicemente in quello di teatro terapia, degli ultimi, dei diversi, dei disabili. Ma Delbono, facendo di Bobò il segno della sua poetica, è riuscito a superare gli stereotipi e a sdoganare la bellezza di chi la società considera uno scarto. Bobò, quindi, è stato il pioniere, considerato a tutti gli effetti un grande artista, capace con la sua disabilità di metterci di fronte alle nostre più profonde debolezze. La società, alla fine, lo ha riconosciuto, ricoprendolo di tante onorificenze, fra cui cavaliere delle arti a Parigi e cittadino onorario di Aversa, proprio la città del manicomio in cui visse per una quarantina d'anni. E a noi non resta che dedicargli un ultimo, lunghissimo applauso.

 
È morto Bobò, il gesto e l'anima del teatro di pippo Delbono -Repubblica-
Sabato 02 Febbraio 2019 19:50

È morto Bobò, il gesto e l'anima del teatro di Pippo Delbono

È morto Bobò, il gesto e l'anima del teatro di Pippo DelbonoBobò nella sua ultima interpretazione 'La gioia'  (2018)

Aveva 82 anni. Sordomuto e analfabeta, ha vissuto metà della sua vita in un manicomio prima di incontrare l'autore teatrale che l'ha voluto come protagonista di molti suoi spettacoli da 'Barboni' a 'La gioia': "Dopo Bobò c'è sempre un vuoto"

di ANNA BANDETTINI

02 febbraio 2019

È morto ieri sera in ospedale per le complicazioni di una broncopolmonite Bobò, l'attore più intimamente legato al teatro di Pippo Delbono, di cui da anni era l'immagine più tenera e insieme beffarda, l'anima vera. Bobò è stato il protagonista di spettacoli come Barboni, Guerra, Urlo, Dopo la battaglia, Orchidee, Vangelo... fino al recentissimo La Gioia, ma ciò che di lui andrebbe raccontato è l'emozione di generazioni di spettatori nel vederlo in scena, andrebbe detto quale segno questo anziano signore microcefalo e sordomuto, analfabeta, che ha vissuto metà della sua vita in un manicomio, abbia lasciato al teatro, andrebbe spiegato perché quel suo corpo impacciato e i suoi silenzi abbiano parlato in modo potente della ferita e della gioia che è la vita, che poi è il teatro di Pippo Delbono, il quale lo aveva incontrato durante un laboratorio in manicomio e se l'era portato con sé a recitare.
È morto Bobò, il gesto e l'anima del teatro di Pippo Delbono

Bobò con Pippo Delbono


Bobò aveva 82 anni. Si chiamava Vincenzo Cannavacciuolo. Era nato a Villa di Briano in provincia di Caserta. Era nato microcefalo e sordomuto e per più di quarant'anni ha vissuto nel manicomio di Aversa. Fu lì che nel '95 lo incontra  Pippo Delbono, attore e regista, già conosciuto in mezzo mondo, artista irregolare che scavando nel disagio esistenziale ha dato voce a emarginati, soli, pazzi. La scoperta di Bobò però è un'altra cosa. Tra lui e Pippo nasce subito un affetto e un legame che va oltre l'incontro di due persone strambe. È una storia di amore che trova nel teatro lo spazio e il tempo per vivere, lo strumento per incrociare l'arte e la vita. Bobò diventa protagonista dei principali spettacoli di Pippo Delbono, a partire dal bellissimo Barboni, nel '97 seguito da Guerra l'anno dopo  e poi Esodo (2000), Il Silenzio (2000), Gente di Plastica (2002), Urlo (2004), Questo Buio Feroce (2006), La Menzogna (2008), Dopo la battaglia (2011), Orchidee (2013), Vangelo (2015), La Gioia (2018) e nelle opere liriche Cavalleria rusticana (2012), Don Giovanni (2014), Madama Butterfly (2014), Pagliacci (2018), e presente in molti dei suoi film.

Una storia artistica lunga in cui non sono mancate le polemiche, a un certo punto: l'accusa a Delbono di esibire, con Bobò, la malattia, gesto spudorato, secondo alcuni perfino volgare, senza capire che il teatro di Delbono esibisce, sì, il disagio ma di chi guarda, specie di chi guarda Bobò, perché, quanto al teatro, nella sua innocente e inconsapevole gestualità lui incarna più di ogni altro la verità del gesto di un attore, come disse una volta Delbono che anche per questo avrebbe voluto fare un film e raccontare la vita del suo grande amico. Negli anni Bobò si è guadagnato non a caso riconoscimenti importanti, nominato cavaliere delle arti a Parigi e aveva ricevuto la cittadinanza onoraria di Aversa, proprio la città dove era stato recluso per anni in manicomio: una rinvincita e lì oggi si svolgeranno  i funerali.

L'ultima volta di Bobò in scena è stato con  La gioia, che finora ha girato poco, ma è atteso a marzo a Roma, un lavoro prodotto come sempre da Ert- Emilia Romagna Teatro, l'istituzione che più ha sostenuto il teatro di Delbono e che ora si stringe a lui alla compagnia e alla famiglia nella gratitudine e nell'affetto per "l'amico prezioso. Insieme a tutti coloro che lo hanno amato e continueranno per sempre ad amarlo, ci piace ricordarlo così: un saggio bambino ottantaduenne circondato da un tripudio di fiori, capace di vedere, dalla sua panchina/osservatorio, sulla scena della Gioia, ben al di là delle apparenze. Ciao, Bobò e grazie di tutto", hanno scritto tecnici, maestranze, direttore del teatro.

La gioia è uno  spettacolo sincero e generoso che racconta il buio dell'anima in cui Pippo si sentiva immerso in questi ultimi mesi, ma insieme la gioia di avere accanto compagni e affetti straordinari come gli attori della sua compagnia Pepe Robledo, Gianluca Ballaré, Nelson Lariccia e Ilaria Distante, Dolly Albertin, Margherita Clemente, Simone Goggiano, Mario Intruglio, Gianni Parenti , Grazia spinella e naturalmente lui, Bobò. Appariva in due momenti, ma essenziali: quando viene festeggiato il  compleanno ("che cade in ogni momento di ogni giorno della sua vita", si dice in scena), con gli amici intorno che cantano e lui che straordinariamente muove il bastone e le gambe a ritmo, come in altri spettacoli, e non si è mai capito come facesse visto che era sordo. L'altra dove Bobò sta seduto mentre la voce di Totò recita la preghiera del clown. "C'è tanta gente che si diverte a far piangere l'umanità, noi dobbiamo soffrire per divertirla; manda, se puoi, qualcuno su questo mondo capace di far ridere me come io faccio ridere gli altri" dice Totò mentre Bobò guardava la platea con la sua placida serenità, dove c'era gioia, perché c'era vita. Dopo quella scena nello spettacolo, la voce di Pippo dice: "dopo Bobò c'è sempre un vuoto". E così sarà.

 
Bobò: il disordine e l’archetipo
Sabato 02 Febbraio 2019 19:38

Bobò: il disordine e l’archetipo

«Se ne è andato Bobò. Lo straordinario uomo che avevo incontrato 22 anni fa nel manicomio di Aversa sordomuto e analfabeta è morto. Così all’improvviso. Ci mancherai Bobò. Ci mancherai». Così Pippo Delbono ieri sera, venerdì 1 febbraio, dava la dolorosa notizia della scomparsa di Vincenzo Cannavacciulo, rinato a nuova vita col teatro più di vent’anni fa col nome di Bobò e con quello straordinario spettacolo del 1997 che fu Barboni.

Delbono aveva incontrato Bobò nel manicomio di Aversa in un periodo particolarmente nero della sua vita, di malattia e depressione. Andava in cerca di qualcosa che rompesse le mura del teatro e avvicinasse alla vita, allo strazio e alla gioia dei giorni, delle persone. Più tardi l’artista ligure, inventore di un teatro in cui il corpo si fa poesia e la poesia corpo, avrebbe scritto, come ricorda Roberto Giambrone in uno dei numerosi messaggi di cordoglio apparsi sulla pagina facebook di Delbono: «... ho incontrato alcune persone che vivono l’arte non come "mestiere", ma come esperienza fondamentale per la loro stessa sopravvivenza. Per queste persone l’espressione artistica non è un lavoro, una routine, ma una necessità di vita».

La figura di Bobò si può ricostruire per lampi, per immagini. Non parlava, ma esprimeva, raccontava, con i suoi guaiti laceranti simili a tentativi di dare fiato e corpo a una sofferenza intima, simili a esclamazioni di stupore, a esplorazioni della possibilità di una felicità elementale, semplice, antica, diretta, sempre incrinata da una qualche malinconia. Era nato ad Aversa nel 1936; era stato chiuso per moltissimi anni – trenta? quaranta? cinquanta? – in un manicomio con la condanna scritta sulla cartella clinica, «microcefalo», forse solo perché era una di quelle persone che non trovavano collocazione nella società per un handicap o per una differenza. Entrò nella compagnia di Delbono e ne diventò un simbolo, fino a conquistare la prima pagina dei giornali francesi in occasione delle rappresentazioni ad Avignone e delle tournée a Parigi. Nel 2004 Fabienne Darge scriveva su «le Monde» di Urlo, presentato ad Avignone nella mitica cava di Boulbon dove era nato il Mahabharata di Peter Brook: «Abbiamo visto un gran momento di teatro, indimenticabile, che resterà iscritto nel cuore, eternamente. Il più grande forse di questo festival». Il titolo dell’articolo, «Nel villaggio dei sogni un lungo grido venuto da lontano», cercava di ricreare la magia del lamento vagito barrito di Bobò, che la giornalista metteva sullo stesso piano del cesello delle parole del testo operato da Umberto Orsini, l’attore di Visconti, e delle magiche atmosfere musicali create nella notte da Giovanna Marini, la signora della musica popolare e impegnata. Contrasti stilistici, ma soprattutto diverse esperienze di vita, messe in cortocircuito.

© Pippo Delbono, 2011

Bobò lo ricordiamo fuoriscena, durante i più di vent’anni di carriera teatrale, che lo hanno portato a partecipare da muto protagonista, carico di un’espressività enorme, a tutte le opere create da Delbono. Lo rivediamo con una maglia del Napoli targata Maradona, sempre troppo larga, lui sempre con un tenue sorriso sul viso e un’aria interrogativa di chi sta ancora scoprendo il mondo.

Ma la sua prima immagine è scolpita per sempre in quel Barboni che vedemmo in prima assoluta nell’aprile del 1997 in una rassegna organizzata da Accademia Perduta a Forlì. Raccontavo allora per «l’Unità»: «Il pezzo più forte, senza dubbio, è l’“atto senza parole” con cui Delbono e Bobò danno vita ai due barboni di Aspettando Godot di Beckett, mentre Pepe Robledo legge alcuni passaggi del testo: un fitto dialogo di gesti, di sguardi, di posizioni, nei quali si scorge un rapporto umano e artistico. E poi i due raccontano a gesti il viaggio di Bobò (ora in affidamento alla compagnia). La scoperta delle nuvole, degli animali, dopo decenni di reclusione tra le mura di un ospedale psichiatrico».

C’erano state anche polemiche, con l’accusa, da parte di Sergio Piro di Psichiatria Democratica, di andare a “piluccare” pazienti nei manicomi, generando «attese che non si realizzeranno mai». Il regista aveva risposto: «Ho conosciuto Bobò durante un seminario nell’ex manicomio. Lavoravo con attori di un gruppo locale. L’ho invitato a salire sul palco: aveva una presenza, una precisione, una verità straordinarie. Era quello che per me dovrebbe essere un artista». E poi lo aveva adottato, facendone un suo doppio, un suo padre, un suo figlio, un suo compagno d’arte che negli spettacoli incideva un segno unico.

Urlo © Jean-Louis Fernandez

Bobò è il nostro teatro, quello che abbiamo attraversato in ribellione ai velluti agli stucchi e ai testi che celebrano il mondo così come è. È lo sguardo dove non bisognerebbe guardare, secondo certuni, e dove invece è necessario spingersi, anche solo per ritrovare la nostra dimidiata umanità. Bobò è il silenzio e la voce oltre il linguaggio articolato, è la forza del corpo, è un antico Pulcinella tornato a rovistare l’inquietudine e la speranza di felicità. Bobò, con i suoi capelli spiritati, il suo naso campano ad uncino, gli occhi piccoli e il sorriso trattenuto e disarmante, con l’espressione intenta, con la tromba che in Barboni amplificava i suoi gridi-vagiti come un distillare di lacrime dell’anima, Bobò è il teatro di poesia, quello che scardina l’ordine del discorso, della prosa, e si insinua potente a rivelare qualcosa d’altro, di misterioso. Bobò, in fondo a tutto, è La possibilità della gioia, come recita il titolo del bel libro che Gianni Manzella ha dedicato alla straordinaria compagnia di Pippo Delbono, intessuta di diversità in efflorescenza intorno a loro due, il figlio-padre, e il padre figlio e antenato, il disordine e l’archetipo.

Vangelo

Potrei riempire pagine e pagine citando spettacoli, riportando cronache, immagini. Chiudo con brani da una mia cronaca di La gioia, l’ultimo spettacolo di Pippo Delbono, che da oggi gira senza Bobò:  «C’è il circo e ci sono i fiori. Clown metafisici, balli e cento barchette di carta. C’è una gabbia, simile a quella che ogni tanto chiude corpi o cervelli, e c’è il ricordo di uno sciamano che attraverso la follia libera anime. Lampeggiano parate felliniane e malinconie di tango, grida strozzate (“Dov’è la gioia? Dov’è?”) in mezzo al pubblico e pezzi di teatro indimenticabili, come quando lui, il protagonista, Pippo Delbono, dopo aver riempito la scena con le sue parole e con figure di attori che sembrano sue proiezioni, va a prendere dalle quinte l’omino sordomuto. Caracolla, Bobò, incerto, e Pippo lo porta a sedere tra le barchette sistemate da un ragazzo afghano che il mare terribile lo ha attraversato davvero. “Bobò da 21 anni è con noi. Ha passato 47 anni in manicomio, dove entrò a 13 anni. Ora ne ha 81”, spiega il demiurgo. E poi i due, con semplici gesti, efficaci, scolpiti, doppiano un dialogo di Aspettando Godot di Beckett, una sospensione, un infinito tempo intimo dell’emozione».

@Luca Del Pia

Non ci si vorrebbe staccare dalle memorie di questo piccolo grande uomo dal passo caracollante. E allora affidiamo la conclusione di questo costernato ricordo a una pagina di Racconti di giugno, una narrazione autobiografica per il teatro di Delbono, pubblicato nel 2008 da Garzanti:

«Bobò quando si mette il vestito di qualcun altro, diventa quella persona lì. Per esempio una volta si è vestito da regina Elisabetta e sembrava davvero la regina Elisabetta. In Palestina il giorno prima dell’incontro con Arafat si era messo la kefiah, e sembrava proprio Arafat. E così quel giorno per alleggerire un po’ la situazione ho chiesto ad Arafat se voleva fare una foto insieme a Bobò con la kefiah che si era messo il giorno prima, che un po’ mi sembrava che si assomigliassero. Quest’ultima cosa però gli attenti assistenti di Arafat, che parlavano bene italiano, non gliel’hanno tradotta, perché – mi hanno spiegato – non potevo dire al presidente che assomigliava a un uomo che era stato per cinquant’anni in manicomio.

Poi hanno fatto la foto Bobò e Arafat. C’era Bobò al centro con la kefiah che guardava l’orizzonte, e Arafat vicino con la testa un po’ piegata, più dubbioso, che guardava Bobò.

E sembrava più Arafat Bobò di Arafat stesso. Poi questa foto è apparsa sui giornali italiani e molti teatri l’hanno esposta con scritto: “Sarà Bobò che ci salverà dalla guerra?”».

 


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