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Tra fiori e clown si parlerà di Gioia , ricordando Bobò
Giovedì 14 Marzo 2019 09:37

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Elogio dell'assenza: ricordando il tenero Bobò
Giovedì 14 Marzo 2019 09:35

 
L'attore italiano Bobò è morto . Le Monde 5/2/19
Giovedì 07 Febbraio 2019 12:37

 
Bobò, il linguaggio silenzioso di un teatro primordiale -il Manifesto-
Giovedì 07 Febbraio 2019 12:25

 
Teatro. Addio a Bobò, icona poetica di Delbono -Avvenire-
Lunedì 04 Febbraio 2019 11:14

Teatro. Addio a Bobò, icona poetica di Delbono


Angela Calvini sabato 2 febbraio 2019

Aveva 82 anni. Sordomuto, ha vissuto per decenni in un manicomio prima di incontrare nel 1995 l'autore teatrale che ne ha fatto il protagonista di molti suoi spettacoli e la cifra del suo stile.

Bobò, l'attore sordomuto protagonista di una decina di spettacoli di Pippo Delbono, appena scomparso (foto Luca Del Pia)

Bobò, l'attore sordomuto protagonista di una decina di spettacoli di Pippo Delbono, appena scomparso (foto Luca Del Pia)

Bobò non parlava, ma quando entrava in scena, con la sua presenza stralunata e i suoni striduli della sua voce capace di entrare nell'anima, catalizzava tutti gli spettatori. In quello strano omino piccolo, sordomuto e microcefalo, una sorta di Puck invecchiato, si condensava tutta l'essenza della vita, nella sua drammaticità e bellezza, come aveva capito il drammaturgo Pippo Delbono che per vent'anni ne ha fatto icona del suo teatro. Ora Bobò, vero nome Vincenzo Cannavacciuolo, se ne è andato all'età di 82 anni, dopo averne passato circa la metà in manicomio di Aversa. I funerali si sono tenuti oggi pomeriggio nella chiesa di Santissima Maria Annunziata di San Cipriano d’Aversa, presente il suo pigmalione Delbono. Bobò era nato nel 1936 a Villa di Briano in provincia di Caserta ed era entrato in manicomio ad Aversa a soli 16 anni, dove è restato per decenni, sino a quando vi incontrò Pippo Delbono che vi si era recato per organizzarvi e tenere un laboratorio teatrale. Autore, regista ed attore fuori dagli scheremi, provocatorio e intenso, Delbono indiviidua in Bobò il suo alter ego, fatto di leggerezza, sorrisi sinceri, e poesia spontanea e innata.

Pippo Delbono e il suo attore icona Bobò  (foto Luca Del Pia)

Pippo Delbono e il suo attore icona Bobò (foto Luca Del Pia)

Nasce allora un sodalizio solido e profondo «che va al di là del linguaggio e di quella strana finzione che siamo soliti chiamare ragione. Bobò e Pippo. Pippo e Bobò» come recita il comunicato che porta il triste annuncio della Fondazione Emilia e Romagna Teatro. Arte e vita, quindi si intrecciano e Bobò diventa protagonista dei principali spettacoli di Pippo Delbono, a partire dal bellissimo Barboni, nel '97 seguito da Guerra l'anno dopo e poi Esodo (2000), Il Silenzio(2000), Gente di Plastica (2002), Urlo (2004), Questo Buio Feroce (2006), La Menzogna (2008), Dopo la battaglia (2011), Orchidee (2013), Vangelo (2015), La Gioia (2018) e nelle opere liriche Cavalleria rusticana (2012), Don Giovanni (2014), Madama Butterfly (2014), Pagliacci (2018), e presente in molti dei suoi film. Nella prima metà degli anni '90 faceva ancora scalpore la presenza nel teatro di serie A, e non semplicemente in quello di teatro terapia, degli ultimi, dei diversi, dei disabili. Ma Delbono, facendo di Bobò il segno della sua poetica, è riuscito a superare gli stereotipi e a sdoganare la bellezza di chi la società considera uno scarto. Bobò, quindi, è stato il pioniere, considerato a tutti gli effetti un grande artista, capace con la sua disabilità di metterci di fronte alle nostre più profonde debolezze. La società, alla fine, lo ha riconosciuto, ricoprendolo di tante onorificenze, fra cui cavaliere delle arti a Parigi e cittadino onorario di Aversa, proprio la città del manicomio in cui visse per una quarantina d'anni. E a noi non resta che dedicargli un ultimo, lunghissimo applauso.

 
È morto Bobò, il gesto e l'anima del teatro di pippo Delbono -Repubblica-
Sabato 02 Febbraio 2019 19:50

È morto Bobò, il gesto e l'anima del teatro di Pippo Delbono

È morto Bobò, il gesto e l'anima del teatro di Pippo DelbonoBobò nella sua ultima interpretazione 'La gioia'  (2018)

Aveva 82 anni. Sordomuto e analfabeta, ha vissuto metà della sua vita in un manicomio prima di incontrare l'autore teatrale che l'ha voluto come protagonista di molti suoi spettacoli da 'Barboni' a 'La gioia': "Dopo Bobò c'è sempre un vuoto"

di ANNA BANDETTINI

02 febbraio 2019

È morto ieri sera in ospedale per le complicazioni di una broncopolmonite Bobò, l'attore più intimamente legato al teatro di Pippo Delbono, di cui da anni era l'immagine più tenera e insieme beffarda, l'anima vera. Bobò è stato il protagonista di spettacoli come Barboni, Guerra, Urlo, Dopo la battaglia, Orchidee, Vangelo... fino al recentissimo La Gioia, ma ciò che di lui andrebbe raccontato è l'emozione di generazioni di spettatori nel vederlo in scena, andrebbe detto quale segno questo anziano signore microcefalo e sordomuto, analfabeta, che ha vissuto metà della sua vita in un manicomio, abbia lasciato al teatro, andrebbe spiegato perché quel suo corpo impacciato e i suoi silenzi abbiano parlato in modo potente della ferita e della gioia che è la vita, che poi è il teatro di Pippo Delbono, il quale lo aveva incontrato durante un laboratorio in manicomio e se l'era portato con sé a recitare.
È morto Bobò, il gesto e l'anima del teatro di Pippo Delbono

Bobò con Pippo Delbono


Bobò aveva 82 anni. Si chiamava Vincenzo Cannavacciuolo. Era nato a Villa di Briano in provincia di Caserta. Era nato microcefalo e sordomuto e per più di quarant'anni ha vissuto nel manicomio di Aversa. Fu lì che nel '95 lo incontra  Pippo Delbono, attore e regista, già conosciuto in mezzo mondo, artista irregolare che scavando nel disagio esistenziale ha dato voce a emarginati, soli, pazzi. La scoperta di Bobò però è un'altra cosa. Tra lui e Pippo nasce subito un affetto e un legame che va oltre l'incontro di due persone strambe. È una storia di amore che trova nel teatro lo spazio e il tempo per vivere, lo strumento per incrociare l'arte e la vita. Bobò diventa protagonista dei principali spettacoli di Pippo Delbono, a partire dal bellissimo Barboni, nel '97 seguito da Guerra l'anno dopo  e poi Esodo (2000), Il Silenzio (2000), Gente di Plastica (2002), Urlo (2004), Questo Buio Feroce (2006), La Menzogna (2008), Dopo la battaglia (2011), Orchidee (2013), Vangelo (2015), La Gioia (2018) e nelle opere liriche Cavalleria rusticana (2012), Don Giovanni (2014), Madama Butterfly (2014), Pagliacci (2018), e presente in molti dei suoi film.

Una storia artistica lunga in cui non sono mancate le polemiche, a un certo punto: l'accusa a Delbono di esibire, con Bobò, la malattia, gesto spudorato, secondo alcuni perfino volgare, senza capire che il teatro di Delbono esibisce, sì, il disagio ma di chi guarda, specie di chi guarda Bobò, perché, quanto al teatro, nella sua innocente e inconsapevole gestualità lui incarna più di ogni altro la verità del gesto di un attore, come disse una volta Delbono che anche per questo avrebbe voluto fare un film e raccontare la vita del suo grande amico. Negli anni Bobò si è guadagnato non a caso riconoscimenti importanti, nominato cavaliere delle arti a Parigi e aveva ricevuto la cittadinanza onoraria di Aversa, proprio la città dove era stato recluso per anni in manicomio: una rinvincita e lì oggi si svolgeranno  i funerali.

L'ultima volta di Bobò in scena è stato con  La gioia, che finora ha girato poco, ma è atteso a marzo a Roma, un lavoro prodotto come sempre da Ert- Emilia Romagna Teatro, l'istituzione che più ha sostenuto il teatro di Delbono e che ora si stringe a lui alla compagnia e alla famiglia nella gratitudine e nell'affetto per "l'amico prezioso. Insieme a tutti coloro che lo hanno amato e continueranno per sempre ad amarlo, ci piace ricordarlo così: un saggio bambino ottantaduenne circondato da un tripudio di fiori, capace di vedere, dalla sua panchina/osservatorio, sulla scena della Gioia, ben al di là delle apparenze. Ciao, Bobò e grazie di tutto", hanno scritto tecnici, maestranze, direttore del teatro.

La gioia è uno  spettacolo sincero e generoso che racconta il buio dell'anima in cui Pippo si sentiva immerso in questi ultimi mesi, ma insieme la gioia di avere accanto compagni e affetti straordinari come gli attori della sua compagnia Pepe Robledo, Gianluca Ballaré, Nelson Lariccia e Ilaria Distante, Dolly Albertin, Margherita Clemente, Simone Goggiano, Mario Intruglio, Gianni Parenti , Grazia spinella e naturalmente lui, Bobò. Appariva in due momenti, ma essenziali: quando viene festeggiato il  compleanno ("che cade in ogni momento di ogni giorno della sua vita", si dice in scena), con gli amici intorno che cantano e lui che straordinariamente muove il bastone e le gambe a ritmo, come in altri spettacoli, e non si è mai capito come facesse visto che era sordo. L'altra dove Bobò sta seduto mentre la voce di Totò recita la preghiera del clown. "C'è tanta gente che si diverte a far piangere l'umanità, noi dobbiamo soffrire per divertirla; manda, se puoi, qualcuno su questo mondo capace di far ridere me come io faccio ridere gli altri" dice Totò mentre Bobò guardava la platea con la sua placida serenità, dove c'era gioia, perché c'era vita. Dopo quella scena nello spettacolo, la voce di Pippo dice: "dopo Bobò c'è sempre un vuoto". E così sarà.

 
Bobò: il disordine e l’archetipo
Sabato 02 Febbraio 2019 19:38

Bobò: il disordine e l’archetipo

«Se ne è andato Bobò. Lo straordinario uomo che avevo incontrato 22 anni fa nel manicomio di Aversa sordomuto e analfabeta è morto. Così all’improvviso. Ci mancherai Bobò. Ci mancherai». Così Pippo Delbono ieri sera, venerdì 1 febbraio, dava la dolorosa notizia della scomparsa di Vincenzo Cannavacciulo, rinato a nuova vita col teatro più di vent’anni fa col nome di Bobò e con quello straordinario spettacolo del 1997 che fu Barboni.

Delbono aveva incontrato Bobò nel manicomio di Aversa in un periodo particolarmente nero della sua vita, di malattia e depressione. Andava in cerca di qualcosa che rompesse le mura del teatro e avvicinasse alla vita, allo strazio e alla gioia dei giorni, delle persone. Più tardi l’artista ligure, inventore di un teatro in cui il corpo si fa poesia e la poesia corpo, avrebbe scritto, come ricorda Roberto Giambrone in uno dei numerosi messaggi di cordoglio apparsi sulla pagina facebook di Delbono: «... ho incontrato alcune persone che vivono l’arte non come "mestiere", ma come esperienza fondamentale per la loro stessa sopravvivenza. Per queste persone l’espressione artistica non è un lavoro, una routine, ma una necessità di vita».

La figura di Bobò si può ricostruire per lampi, per immagini. Non parlava, ma esprimeva, raccontava, con i suoi guaiti laceranti simili a tentativi di dare fiato e corpo a una sofferenza intima, simili a esclamazioni di stupore, a esplorazioni della possibilità di una felicità elementale, semplice, antica, diretta, sempre incrinata da una qualche malinconia. Era nato ad Aversa nel 1936; era stato chiuso per moltissimi anni – trenta? quaranta? cinquanta? – in un manicomio con la condanna scritta sulla cartella clinica, «microcefalo», forse solo perché era una di quelle persone che non trovavano collocazione nella società per un handicap o per una differenza. Entrò nella compagnia di Delbono e ne diventò un simbolo, fino a conquistare la prima pagina dei giornali francesi in occasione delle rappresentazioni ad Avignone e delle tournée a Parigi. Nel 2004 Fabienne Darge scriveva su «le Monde» di Urlo, presentato ad Avignone nella mitica cava di Boulbon dove era nato il Mahabharata di Peter Brook: «Abbiamo visto un gran momento di teatro, indimenticabile, che resterà iscritto nel cuore, eternamente. Il più grande forse di questo festival». Il titolo dell’articolo, «Nel villaggio dei sogni un lungo grido venuto da lontano», cercava di ricreare la magia del lamento vagito barrito di Bobò, che la giornalista metteva sullo stesso piano del cesello delle parole del testo operato da Umberto Orsini, l’attore di Visconti, e delle magiche atmosfere musicali create nella notte da Giovanna Marini, la signora della musica popolare e impegnata. Contrasti stilistici, ma soprattutto diverse esperienze di vita, messe in cortocircuito.

© Pippo Delbono, 2011

Bobò lo ricordiamo fuoriscena, durante i più di vent’anni di carriera teatrale, che lo hanno portato a partecipare da muto protagonista, carico di un’espressività enorme, a tutte le opere create da Delbono. Lo rivediamo con una maglia del Napoli targata Maradona, sempre troppo larga, lui sempre con un tenue sorriso sul viso e un’aria interrogativa di chi sta ancora scoprendo il mondo.

Ma la sua prima immagine è scolpita per sempre in quel Barboni che vedemmo in prima assoluta nell’aprile del 1997 in una rassegna organizzata da Accademia Perduta a Forlì. Raccontavo allora per «l’Unità»: «Il pezzo più forte, senza dubbio, è l’“atto senza parole” con cui Delbono e Bobò danno vita ai due barboni di Aspettando Godot di Beckett, mentre Pepe Robledo legge alcuni passaggi del testo: un fitto dialogo di gesti, di sguardi, di posizioni, nei quali si scorge un rapporto umano e artistico. E poi i due raccontano a gesti il viaggio di Bobò (ora in affidamento alla compagnia). La scoperta delle nuvole, degli animali, dopo decenni di reclusione tra le mura di un ospedale psichiatrico».

C’erano state anche polemiche, con l’accusa, da parte di Sergio Piro di Psichiatria Democratica, di andare a “piluccare” pazienti nei manicomi, generando «attese che non si realizzeranno mai». Il regista aveva risposto: «Ho conosciuto Bobò durante un seminario nell’ex manicomio. Lavoravo con attori di un gruppo locale. L’ho invitato a salire sul palco: aveva una presenza, una precisione, una verità straordinarie. Era quello che per me dovrebbe essere un artista». E poi lo aveva adottato, facendone un suo doppio, un suo padre, un suo figlio, un suo compagno d’arte che negli spettacoli incideva un segno unico.

Urlo © Jean-Louis Fernandez

Bobò è il nostro teatro, quello che abbiamo attraversato in ribellione ai velluti agli stucchi e ai testi che celebrano il mondo così come è. È lo sguardo dove non bisognerebbe guardare, secondo certuni, e dove invece è necessario spingersi, anche solo per ritrovare la nostra dimidiata umanità. Bobò è il silenzio e la voce oltre il linguaggio articolato, è la forza del corpo, è un antico Pulcinella tornato a rovistare l’inquietudine e la speranza di felicità. Bobò, con i suoi capelli spiritati, il suo naso campano ad uncino, gli occhi piccoli e il sorriso trattenuto e disarmante, con l’espressione intenta, con la tromba che in Barboni amplificava i suoi gridi-vagiti come un distillare di lacrime dell’anima, Bobò è il teatro di poesia, quello che scardina l’ordine del discorso, della prosa, e si insinua potente a rivelare qualcosa d’altro, di misterioso. Bobò, in fondo a tutto, è La possibilità della gioia, come recita il titolo del bel libro che Gianni Manzella ha dedicato alla straordinaria compagnia di Pippo Delbono, intessuta di diversità in efflorescenza intorno a loro due, il figlio-padre, e il padre figlio e antenato, il disordine e l’archetipo.

Vangelo

Potrei riempire pagine e pagine citando spettacoli, riportando cronache, immagini. Chiudo con brani da una mia cronaca di La gioia, l’ultimo spettacolo di Pippo Delbono, che da oggi gira senza Bobò:  «C’è il circo e ci sono i fiori. Clown metafisici, balli e cento barchette di carta. C’è una gabbia, simile a quella che ogni tanto chiude corpi o cervelli, e c’è il ricordo di uno sciamano che attraverso la follia libera anime. Lampeggiano parate felliniane e malinconie di tango, grida strozzate (“Dov’è la gioia? Dov’è?”) in mezzo al pubblico e pezzi di teatro indimenticabili, come quando lui, il protagonista, Pippo Delbono, dopo aver riempito la scena con le sue parole e con figure di attori che sembrano sue proiezioni, va a prendere dalle quinte l’omino sordomuto. Caracolla, Bobò, incerto, e Pippo lo porta a sedere tra le barchette sistemate da un ragazzo afghano che il mare terribile lo ha attraversato davvero. “Bobò da 21 anni è con noi. Ha passato 47 anni in manicomio, dove entrò a 13 anni. Ora ne ha 81”, spiega il demiurgo. E poi i due, con semplici gesti, efficaci, scolpiti, doppiano un dialogo di Aspettando Godot di Beckett, una sospensione, un infinito tempo intimo dell’emozione».

@Luca Del Pia

Non ci si vorrebbe staccare dalle memorie di questo piccolo grande uomo dal passo caracollante. E allora affidiamo la conclusione di questo costernato ricordo a una pagina di Racconti di giugno, una narrazione autobiografica per il teatro di Delbono, pubblicato nel 2008 da Garzanti:

«Bobò quando si mette il vestito di qualcun altro, diventa quella persona lì. Per esempio una volta si è vestito da regina Elisabetta e sembrava davvero la regina Elisabetta. In Palestina il giorno prima dell’incontro con Arafat si era messo la kefiah, e sembrava proprio Arafat. E così quel giorno per alleggerire un po’ la situazione ho chiesto ad Arafat se voleva fare una foto insieme a Bobò con la kefiah che si era messo il giorno prima, che un po’ mi sembrava che si assomigliassero. Quest’ultima cosa però gli attenti assistenti di Arafat, che parlavano bene italiano, non gliel’hanno tradotta, perché – mi hanno spiegato – non potevo dire al presidente che assomigliava a un uomo che era stato per cinquant’anni in manicomio.

Poi hanno fatto la foto Bobò e Arafat. C’era Bobò al centro con la kefiah che guardava l’orizzonte, e Arafat vicino con la testa un po’ piegata, più dubbioso, che guardava Bobò.

E sembrava più Arafat Bobò di Arafat stesso. Poi questa foto è apparsa sui giornali italiani e molti teatri l’hanno esposta con scritto: “Sarà Bobò che ci salverà dalla guerra?”».

 


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