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Premio Ciampi l'Altrarte a Pippo Delbono |
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Mercoledì 10 Dicembre 2025 09:12 |
Doppio Appuntamento al Premio Ciampi con la mostra delle migliori opere del
concorso In-Ciampi di fotografia e la consegna del Premio l’Altrarte a Pippo
Delbono
 Dopo il successo dello scorso anno, Extra Factory rinnova la collaborazione con il Premio Ciampi e lancia la nuova edizione del concorso IN-CIAMPI di Fotografia, dedicato a fotografe e fotografi che vogliono confrontarsi con l’universo poetico e umano di Piero Ciampi, figura simbolo della cultura livornese e della canzone d’autore italiana. Il tema scelto, «Oltre le macerie», si allinea al titolo dell’edizione del Premio Ciampi di quest’anno, diventandone un’ideale estensione visiva.
Un invito a guardare cosa resta e cosa può rinascere dopo ogni crollo, fisico o interiore. Nelle parole e nella musica di Ciampi si muove da sempre una tensione tra caduta e riscatto, solitudine e comunità, disillusione e speranza. Attraverso la fotografia, quella stessa tensione diventa oggi un linguaggio universale: un modo per raccontare le fragilità del presente e la possibilità di una rinascita personale e collettiva. Le migliori opere selezionate dalla Giuria coordinata da Fabrizio Razzauti (fotografo e curatore della mostra) e composta da Elena Bacchi (fotografa), Alessandro Fruzzetti (fotografo) e Riccardo Bargellini (artista visivo), saranno esposte, a partire da venerdì 12 dicembre 2025 (ore 18.00 ingresso libero), nella mostra collettiva finale allestita negli spazi di Extra Factory (piazza della Repubblica, Livorno) e pubblicate in un catalogo dedicato. Nell’ocasione la galleria Extra Factory presenterà una serie di ritratti fotografici di Walter Ricci, scattati in occasione delle passate edizioni del Premio Ciampi, con gli artisti e i musicisti invitati.
A seguire (ore 21.00 Cinema Quattro Mori – ingresso libero) la consegna del Premio L’Altrarte a Pippo Delbono. Autore, attore e registra, negli anni ‘80 fonda la Compagnia Pippo Delbono, dando vita a numerosi spettacoli che hanno segnato la storia del teatro contemporaneo. L’incontro con persone in situazioni di emarginazione e diversità determina una svolta nella sua ricerca. Nasce così Barboni – Premio Speciale UBU nel 1997 “per una ricerca condotta tra arte e vita”. Da oltre vent’anni gli spettacoli realizzati con la sua Compagnia in un flusso di ricerca continua fra teatro, poesia, musica, cinema e danza, sono presentati in prestigiosi teatri e festival di tutto il mondo, inclusi il Festival d’Avignon, la Biennale di Venezia, l’Holland Festival, l’Hong Kong Arts Festival, il Festival de Otoño, il Festival Grec di Barcellona, il Theater Spektakel di Zurigo, il Wiener Festwochen, il Festival TransAmeriques di Montréal: Il tempo degli assassini, La rabbia, Guerra, Esodo, Gente di plastica, Urlo, Il silenzio, Racconti di giugno, Questo buio feroce, La menzogna, Dopo la battaglia, Orchidee, Vangelo, La gioia, Amore. Nel 2024 ha debuttato con il suo nuovo lavoro Il risveglio che è tutt’ora in tournée in tutto il mondo.
Nel 2003 Delbono realizza il film Guerra (Mostra del Cinema di Venezia e Miglior film documentario David di Donatello 2004); a seguire: Grido (2006), La paura (Festival di Locarno 2009), Amore carne (68° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia 2011), Blue Sofa (miglior film alla 32° edizione del Festival International du Court Métrage à Clermont-Ferrand), Sangue (66° Festival di Locarno), La Visite-Versailles (2016) e Vangelo (2017). Come attore ha partecipato), tra gli altri, ai film: Io sono l’amore di Luca Guadagnino (2009), Io e te di Bernardo Bertolucci (2012), Un castello in Italia di Valeria Bruni-Tedeschi (2013), Cha cha cha di Marco Risi (2013), Goltzius and the Pelican Company di Peter Greenaway (2014), Pulce non c’è di Giuseppe Bonito (2014), La ragazza del mondo di Marco Danieli (2016), Falchi di Toni D’Angelo (2017), Un tramway a Gerusalemme di Amos Gitai (2018), Lucania di Gigi Roccati (2019). Inoltre, è nel corto di Paolo Zuzza Cuore di Clown (2010), nel corto Uraniani di Gianni Gatti(2013) e in La corsa dell’ora (2017) e Nel nome del silenzio: La chiesa e l’Ombra della Mafia (2024), docufiction di Antonio Bellia. Nella lirica ha firmato le regie: Studio per Obra Maestra (Teatro Lirico Sperimentale di Spoleto 2007), Don Giovanni (Teatr Wielki di Poznan, Polonia 2014), Cavalleria rusticana e Madama Butterfly (Teatro San Carlo di Napoli 2012 e 2014), La Passione secondo Giovanni (Teatro Massimo di Palermo 2017) e I Pagliacci (Opera di Roma 2018). Realizza con grandi musicisti i concerti: Amore e carne con Alexander Balanescu, Il sangue sull’Edipo di Sofocle con Petra Magoni, Bestemmia d’amore con Enzo Avitabile e La notte con Piero Corso.
Nel 2025 realizza Bobò (in selezione ufficiale, Fuori Concorso al 78. Festival di Locarno) film che verrà presentato al cinema Quattro Mori dal regista che dialogherà con Marco Bruciati. Questo film nasce dall’esigenza di raccontare e far conoscere la storia realmente accaduta di un uomo, sordomuto e analfabeta, incontrato nel manicomio di Aversa dove visse per 46 anni. Questo film è la storia di questo incontro. “E di come questo incontro ha cambiato la mia vita, il mio teatro, il mio cinema. Bobò, così si chiamava questo piccolo uomo, creava personaggi pieni di grazia, di emozione, di comicità”. Personaggi poetici, comici, surreali, ironici, pieni di innocenza e intelligenza, di follia e lucidità. Come era Bobò. Piccole scene che fanno pensare alla sua anima napoletana, scherzosa e struggente allo stesso tempo. Ci sono anche momenti di vita, che fanno vedere il suo stupore, la sua meraviglia nello scoprire la bellezza, l’assurdità, la follia della vita fuori dal manicomio. “Io ho sempre filmato Bobò. Nella spiaggia mentre danza con le palme al vento, a Cuba dove incontra le donne della “santeria”, che non lo trattano come a un handicappato ma come a un essere divino, uno sciamano…”. Quando uno degli assistenti di Basaglia vide Bobò, la sua capacità di emozionare il pubblico, la sua presenza in scena, disse: “Franco avrebbe dovuto conoscerlo. Lui è il suo sogno diventato realtà.” Questo uomo che ha vissuto 46 anni in uno dei peggiori manicomi d’ Italia, dove non poteva esprimersi perché non aveva voce, è diventato il protagonista di un teatro col quale ha girato il mondo, ha portato nel mondo la sua esperienza di grande artista. Un uomo che è passato dall’ essere disprezzato, compatito, non capito, a essere ammirato come un grande uomo. “Penso a un film pieno di vita. La vita che portava con sé Bobò”.
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Il film da vedere per Paolo Mereghetti : Bobò la voce del silenzio - Io donna - 06/12/2025 |
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Sabato 06 Dicembre 2025 15:50 |
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L'invenzione del cinema nel movimento della vita di Cristina Piccino - il Manifesto - 03/12/2025 |
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Tre premi per Bobò il film di Pippo Delbono |
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Sabato 06 Dicembre 2025 15:10 |
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Pippo e Bobò sul ciglio del senso di Roberto Escobar - Il sole 24ore |
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Martedì 02 Dicembre 2025 09:19 |
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“Bobò”, film tra cinema e teatro. Pippo Delbono e il suo inseparabile compagno di palcoscenico di Margherita Bordino ArtTribune |
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Martedì 02 Dicembre 2025 08:48 |
“Bobò”, film tra cinema e teatro. Pippo Delbono e il suo
inseparabile compagno di palcoscenico
È una storia unica, folle, emozionante, di libertà e speranza. Pippo Delbono la dedica a
Vincenzo Cannavacciuolo, in arte Bobò, scomparso nel 2019. Tre premi al Torino Film
Festival, ora al cinema con Luce Cinecittà
Bobò
Non è un film di finzione e non è, propriamente, un documentario. Bobò, presentato
al Torino Film Festival (vincitore di tre premi: la menzione speciale del concorso
internazionale documentari, il premio Interfedi e la menzione del premio Gli occhiali di
Ghandi) e in sala dal 27 novembre con Luce Cinecittà, è piuttosto un attraversamento:
un gesto di libertà che corre sul filo sottile tra cinema e teatro, dove la memoria
diventa materia viva, e il presente s’infrange contro ciò che resta. Pippo Delbono lo
dedica al suo compagno di scena più fedele, Bobò, pseudonimo di Vincenzo
Cannavacciuolo, scomparso nel 2019 dopo una vita vissuta contro ogni definizione
possibile.
Tra Delbono e Bobò un incontro poetico
Per oltre vent’anni Bobò è stato il cuore pulsante degli spettacoli di Delbono.
Un uomo sottratto al silenzio del manicomio. “L’ho portato via che aveva quarantasei
anni”, racconta il regista – e restituito al mondo come artista. Sordo, muto, quasi
analfabeta, ma capace di una grazia che non aveva bisogno di traduzione.
“Si muoveva in modo poetico. Ogni cosa che faceva era bellissima. Non era una
persona malata, era un genio. Unico, irripetibile”.
Dall’archivio alla vita: un film fuori da ogni forma
Il film raccoglie materiali d’archivio girati nell’arco di decenni: prove, riprese rubate,
frammenti di tournée, momenti di quotidianità. Più di trecento ore digitalizzate e
intrecciate con nuove immagini girate a Napoli e ad Aversa, dove la loro storia è
cominciata. Il risultato è un oggetto non catalogabile, a metà tra rito e confessione,
un’opera che abbatte le barriere – di linguaggio, di genere cinematografico, di
identità. Delbono diventa voce narrante, guida dolce e inquieta di un viaggio che non
cerca spiegazioni, ma presenza.
Il mistero del corpo che ascolta l’invisibile
E la presenza di Bobò era assoluta. “Ballava a ritmo, ma era sordo. È un mistero”, dice
Delbono. Gli bastava ascoltare la vibrazione dell’aria: dal pop a Chopin, il suo corpo
cambiava danza come se traducesse l’invisibile. Toccare il sacro era per lui un gesto
involontario, come respirare. Viveva nell’istante, senza prima né dopo, e proprio in
quell’attimo riusciva a generare un’intensità che appartiene solo ai grandi attori, quelli
che non sanno di esserlo.
Precisione e improvvisazione
Sul palco improvvisava, ma una volta trovata la forma voleva ripeterla identica,
“svizzero”, diceva Delbono, nel desiderio ostinato della precisione. Amava tutti, ed era
impossibile non amarlo. La sua calma, la sua immobilità, erano una lezione. “Cerco di
fare come lui: catturare l’attenzione non facendo niente”. Per Delbono, che al cinema
aveva debuttato con Guadagnino in Io sono l’amore, la scena resta un luogo di verità
più profonda. Un luogo dove si può ancora tentare di essere possibili.
Un’eredità artistica unica
Bobò è allora un gesto di gratitudine, ma anche una mancanza da attraversare.
Un modo per continuare a condividere un’eredità che non è fatta di teoria,
ma di un corpo piccolo e tenace che ha mostrato a un’intera compagnia – e a migliaia
di spettatori – che la libertà, a volte, arriva da dove meno ce lo aspettiamo.
E che il teatro, come la vita, può essere una casa senza porte: basta avere il coraggio
di entrarci.
Margherita Bordino
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"bobò, folle stella danzante nel teatro del mondo di Martina Volpato- Taxi Drivers - |
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Lunedì 01 Dicembre 2025 06:19 |
‘Bobò’, folle stella danzante nel teatro del mondo
Volto e corpo degli spettacoli di Pippo Delbono che firma questo documentario, Bobò, interprete campano liberato da un manicomio, ha infiammato ovunque le platee con un’arte drammatica inimitabile, che qui viene restituita oltre gli stereotipi della malattia e si fa microcosmo di umane affinità

Presentato nella sezione ufficiale Fuori Concorso al Locarno Film Festival 2025, in anteprima mondiale, Bobò di Pippo Delbono nella sua forma documentaristica di sensibilità ritrattistica e acutezza inventiva scolpisce e fa danzare la creatività di un outsider che sul palcoscenico elevò la propria alterità – fisica e intellettiva – a universalità di linguaggio, nella statura dell’arte e ancor più nei suoi siderali misteri di impalpabilità e vicinanza al pubblico.
Al TFF in concorso e in sala con Luce Cinecittà.
BOBÒ
Vincenzo Canavacciuolo (1936-2019), detto Bobò, ex internato nel manicomio di
Aversa, è stato una forza primaria della famiglia teatrale di Pippo Delbono,
personalità sorprendente nel panorama scenico internazionale, un artista eclettico e
duttile che sapeva infondere con l’istintività di gesti e suoni una luce sulle ferite,
nostre ancor prima che sue.
Con la voce e la presenza narrante dello stesso Delbono, che instaurò con il
protagonista un longevo sodalizio professionale e d’amicizia, Bobò travalica le
retoriche apologetiche post mortem al cospetto della malattia e della disabilità,
cristallizzando l’essenza di colui che, illetterato, fu nominato Cavaliere delle Arti a
Parigi, e cogliendo, nella folie à deux di talento, personaggi, rappresentazioni, le
tracce della vita che sopravvive alla cupa sofferenza, nella trascendenza terrena
dell’arte. Prodotto da Fabrique Entertainment, Luce Cinecittà, Inlusion
Creative Hub, Vargo, con Rai Cinema, il film verrà distribuito in autunno nelle sale
italiane, in concomitanza con la Giornata Mondiale della Salute Mentale (10 ottobre).
Ai margini del vita, dentro l’anima del palcoscenico
Il film racconta la storia straordinaria e reale di Bobò, un uomo sordomuto, analfabeta
e microcefalo che ha vissuto per 46 anni nel manicomio di Aversa. La sua vita prende
una svolta inaspettata nel 1995, quando Delbono lo incontra durante una visita nella
struttura e ne rimane profondamente colpito. Da quell’incontro nasce un legame
umano e artistico destinato a cambiare per sempre le loro vite. Attraverso questo
incontro, Bobò diventa una figura centrale nel teatro e nel cinema di Delbono,
rivelandosi un interprete sorprendente, capace di comunicare con forza e poesia
anche senza parole. [sinossi ufficiale]
Non una biografia romanzata, ma il romanzo di una vita (anzi, quasi di due), con la
presa emozionale tra l’incanto del genio e la delicatezza di un’ironia sovversiva, che
Delbono intona nelle cadenze di una fiaba malinconica, ma mai disperata, suggellata
dalla circolarità di un incipit nell’ex struttura psichiatrica e di un finale da epitaffio
(con la morte sopraggiunta a Napoli, all’età di 82 anni), senza che il dolore della
prigionia e della perdita intacchi la grazia della rinascita e del riscatto.
Incastonato al centro del racconto, un flashback che è attraversamento (più che
cronachistica rievocazione) dell’unicità dell’attore-autore, tramite materiale composito:
il monologo del regista, riprese originali, estratti di spettacoli e scene di vita
quotidiana. Un bilanciamento tra memoria e poetica dell’umano, solo apparentemente
freak e invece così vicino. Senza pietismo e facile condiscendenza si impone Bobò,
con la sua alterità lunare, il carisma che inonda lo spazio, il trasformismo su toni e
scenari, il non-mutismo intessuto di rumori ancestrali: colui che Le Monde ha definito
“l’incomparabile attore microcefalo e sordomuto, un piccolo re incerto”.

Dove il silenzio diventa presenza
Nel 1995 l’incontro epifanico del regista e attore con il paziente di Aversa (lì internato
da quando aveva 16 anni), durante una visita per un laboratorio teatrale, schiude
tutta la potenza inestricabile del linguaggio, non solo nell’alienante e leggiadra
comunicabilità di gesti puri e istintivi, quasi sciamanici (Bobò non conosceva la lingua
dei segni), ma anche nella comunanza dialogante e nelle empatiche coincidenze di
due solitudini, due sofferenze, nella spirale della nera depressione.
Di fronte a questo piccolo sordomuto partenopeo c’è Pippo Delbono, grande autore
di spettacolo della cultura italiana che ha attraversato il mondo, le sue incrinature e i
suoi spiragli con l’arte drammatica e coreutica e con le regie cinematografiche, mosso
dall’impegno civile e dalla sperimentazione, tra l’Oriente e Pina Bausch, dedito al
conflitto israelo-palestinese, al terremoto di Belice, al rogo della ThyssenKrupp di
Torino. Scelto anche come attore da Luca Guadagnino, Bernardo Bertolucci,
Peter Greenaway, visse all’epoca il dramma personale dell’HIV, quando ancora erano assenti cure efficaci.
In questo modo Bobò, con la sua comicità surreale, con la vivacità di sguardo e di
introspezione, regala al pubblico vertici di sensibilità e testimonia con
autenticità tutta la bellezza possibile di un mondo misconosciuto.
Un documentario sulla diversità più estrosa, struggente e vitale, sulla
rinascita che si radica nel suo contrario, la cognizione dell’oscurità, in cui
confluiscono buddismo e poesia brasiliana, confessione autobiografica e rivoluzione
post-Basaglia, in un equilibrio di senso e di sentimento. Ricorrono poi sequenze
memorabili, dall’addio sardonico di Bobò alla guardiana dell’ospedale alla domanda di
un giornalista rivolta all’étoile dell’Opéra di Parigi, su cosa ci fosse nel panorama
attuale della danza: “Nulla di nuovo, a parte Bobò”.
Bobò
- Anno: 2025
- Durata: 81'
- Nazionalita: Italia
- Regia: Pippo Delbono
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Bobò -Sentieri selvaggi- di Leonardo Lardieri |
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Lunedì 01 Dicembre 2025 06:06 |
Bobò, di Pippo Delbono
Con materiali di archivio, riprese originali, estratti di spettacoli, momenti di vita
quotidiana, si concretizza il toccante omaggio del regista al suo primo attore Vincenzo
Cannavacciulo, alias Bobo'
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Presentato al DocLisboa di Lsbona, Fuori Concorso al 78° Festival di Locarno, Bobò di Pippo Delbono, dal 27 in tour per l’Italia fino al 16 dicembre, è un racconto toccante che dal manicomio di Aversa si arriva sui palcoscenici più prestigiosi di Europa. È la storia di Vincenzo Cannavacciuolo. alias Bobò, attore e anima del teatro di Pippo Delbono, morto nel 2019 a 83 anni, con 46 vissuti al manicomio. Attraverso materiali di archivio raccolti per 20 anni, riprese originali, estratti di spettacoli, momenti di vita quotidiana, le musiche originali di Enzo Avitabile, si apre il cinema alla diversità, ad un uomo microcefalo, sordomuto, con un grave ritardo mentale. Qui si compie la ricerca di verità poetica dei corpi delle persone, avendo un’attenzione aperta a tutto il loro universo di segni espressivi. Una verità individuale che si elegge a icona di una più universale condizione umana. Bobò è un maestro di teatro, è sincero, il suo corpo non può mentire, ogni suo piccolo movimento è il massimo che può fare, perché lui è in quel momento completamente presente. Altre persone per arrivare a questa sincerità, che poi sulla scena significa essere semplici, devono superare percorsi più lunghi e tormentati.
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La sincerità non riguarda il sentire, l’emozionarsi: la strada del sentire porta al pensiero, al mascherarsi. Bobò è come se fosse al cuore di una profonda contraddizione della vita in cui nella violenza, nel limite, nel dolore c’è l’aspirazione alla gioia. È così anche nella vita personale di ciascuno: quando sei ferito, trapassato, quando sei precipitato nel dolore non hai voglia di giocare col dolore o di parlare tristemente del dolore, hai voglia di vita. Nell’esperienza della crisi, del disequilibrio, della sofferenza c’è una possibilità straordinaria di bellezza. È questa bellezza che sembra cercare costantemente Pippo Delbono grazie alla forza dirompente di Bobò. C’è in questa “rabbia” il seme maturo di un modo di far teatro, ridisegnandolo attraverso le immagini. A farlo esplodere ci penseranno gli incontri con chi si ritrova nella stessa natura, in un’instabilità senza radici o che, sotto il segno della diversità di Bobò, ha conosciuto la condanna all’isolamento. Per questo, Bobò è diventato un simbolo sul palcoscenico conquistato come “un’altra vita”, dove fa sua la maglia di Ronaldo, che potrebbe essere visto come il suo contrario, o s’affratella a un pagliaccio di Beckett, trovando nella gioia di esprimersi un senso contagioso di pienezza.
Regia: Pippo Delbono Distribuzione: Luce Cinecittà Durata: 81’ Origine: italia, 2025
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Bobò , che divino sciamano! Un film di Pippo Delbono al festival di Torino |
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Domenica 16 Novembre 2025 16:03 |
“Bobò”, che divino sciamano! Un film di Pippo Delbono al Festival di Torino
TORINO _ Una storia d’affetto e d’arte. Un filo che si dipana oltre vent’anni dal primo incontro per caso, tra Pippo Delbono, maestro riconosciuto della scena italiana e internazionale e Bobò, alias Vincenzo Cannavacciuolo, sordomuto, analfabeta e microcefalo, quarantasei anni dietro le spalle vissute nel manicomio di Aversa. La scintilla scocca durante una visita del teatrante in quella struttura: nacque in quel momento uno straordinario rapporto umano e artistico. “Eravamo due vite distrutte che si sono scoperte. Avevamo bisogno tutti e due di uscire dal buio. Eravamo due persone ferite che volevano vivere” così ha raccontato a “Repubblica” il regista Pippo Delbono che per ricordare questa straordinaria figura ha voluto dedicargli un film intitolato proprio con il suo nome d’arte “Bobò” che dopo la presentazione in anteprima il 7 agosto nella Selezione Fuori Concorso del Festival di Locarno, dove ha ricevuto una grande accoglienza, viene presentato adesso in concorso al prestigioso Torino Film Festival che si tiene dal 21 al 29 novembre (il 23 sarà la data della proiezione della pellicola). Nel frattempo è approdato al festival dedicato al documentario DocLisboa e tra qualche settimana sarà visto ad Amsterdam nella sezione internazionale di “Best of Fests”, il più rilevante appuntamento mondiale per il documentario.
 Un’immagine di Bobò, al secolo Vincenzo Cannavacciuolo, attore e performer, interprete di numerosi allestimenti della compagnia diretta dal regista e attore Pippo Delbono
“Bobò” si concentra attraverso materiali d’archivio raccolti nell’arco di oltre venti anni. Questa è la storia dell’incontro iniziata un giorno nell’ospedale psichiatrico di Aversa e proseguita con la partecipazione di Bobò negli spettacoli e nei film di Delbono diventandone ben presto figura centrale. Fu, allora, una sorpresa: la rivelazione al mondo di un artista dall’anima fortemente poetica. Interprete unico in grado di comunicare in modo diretto, fino quasi a costringere lo stesso regista a ridefinire il suo linguaggio per sviluppare la propria ricerca attorno a quello che il quotidiano francese “Le Monde” ha definito “incomparabile attore microcefalo e sordomuto, un piccolo re incerto”.
In Bobo c’era la forza di un’arte che nel silenzio faceva un grande rumore, perché poneva al centro l’umana esistenza. Un clown beckettiano che utilizzava il corpo e gli sguardi come terminali di interpretazione teatrale.
 Il regista Pippo Delbono, al centro, mentre dialoga con fotografo Cesare Accetta durante alcune riprese del film “Bobò” ( di cui è anche autore della sceneggiatura) che sarà in concorso nel prossimo Film Festival di Torino
Nel realizzare il film Delbono – come ha rilevato gran parte della critica che ha seguito la proiezione a Locarno – ha scavato nella condizione umana “mostrando la forza e la dignità di Bobò nonostante le sue difficoltà”. Al centro i temi “forti” dell’emarginazione, la diversità e la resistenza. In questo Delbono, come sua consuetudine e cifra registica, ha raccontato in modo politico una vita e un’amicizia assai speciale restituendo al tempo e alla memoria l’arte di Vincenzo Cannavacciuolo.
“Bobò” , soggetto, sceneggiatura e regia di Pippo Delbono che ha curato personalmente la selezione di riprese originali, estratti di spettacoli, interpretazioni teatrali e momenti di vita quotidiana per restituire con delicata intensità la figura di Bobò. La digitalizzazione di oltre trecento ore di repertorio si è arricchita di inedite riprese realizzate tra Napoli e Aversa (dove Bobò si spense il febbraio 2019 a 83 anni), nei luoghi dove tutto è cominciato. La voce narrante è quella dello stesso Delbono. Le musiche originali sono di Enzo Avitabile, la fotografia è di Cesare Accetta, il montaggio di Marco Spolentini. Il film è una produzione Fabrique Entertainment, Luce Cinecittà, InlusionCreative Hu, Vargo con Rai Cinema. Un’immagine di Pippo Delbono durante la prima della sua ultima opera teatrale “Il Risveglio”, andata in scena un anno fa al Teatro Storchi di Modena (Fotografia di Luca Del Pia)
Così Delbono nelle sue note di regia: “Bobò, così si chiamava questo piccolo uomo, creava personaggi pieni di grazia, di emozione, di comicità. Personaggi poetici, comici, surreali, ironici, pieni di innocenza e intelligenza, di follia e lucidità. Come era Bobò. Piccole scene che fanno pensare alla sua anima napoletana, scherzosa e struggente allo stesso tempo. Ci sono anche momenti di vita, che fanno vedere il suo stupore, la sua meraviglia nello scoprire la bellezza, l’assurdità, la follia della vita fuori dal manicomio.
Io ho sempre filmato Bobò. Nella spiaggia mentre danza con le palme al vento, a Cuba dove incontra le donne della “santeria”, che non lo trattano come a un handicappato ma come a un essere divino, uno sciamano…”
Il film “Bobò” sarà presentato con dibattito il 26 novembre al
Modernissimo di Bologna; il 27 al Nuovo Sacher di Roma;
il28 a Del Borgo di Bergamo e all’Anteo di Milano; il 29 al
Terminale di Prato e Spazio Alfieri di Firenze; il 30 al Mignon di
Mantova; il 1 dicembre al Filmstudio di Savona, il 2 al Sivori di
Genova; il 3 al Nuovo Aquila di Roma; il 4 al Multiastra di
Padova; il 5 al Giorgione di Venezia; il 6 all’Ariston di Trieste e
il Kinemax di Gorizia; il 7 al Duomo di Rovigo e l’Odeon di
Vicenza; l’8 al King di Catania, il 9 al Lux diMessina; il 10 al
Rouge et Noir di Palermo e il 12 al 4Mori di Livorno.
La locandina in particolare del film di Pippo Delbono “Bobò”: ritrae in un montaggio le diverse immagini del performer e del regista legati per oltre venti anni da uno straordinario rapporto artistico e di affetto |
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