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Haters e fedelissimi si scontrano per il regista Delbono
Giovedì 03 Maggio 2018 08:26

03 . 05 . 2018



danza news a cura di Francesca Bernabini
La recensione
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Haters e fedelissimi si scontrano per il regista Pippo Delbono al Teatro dell’Opera di Roma: una centrifuga di emozioni come sui social network.

Al Teatro dell’Opera di Roma l’autoreferenzialità di Pippo Delbono, regista del dittico Cavalleria Rusticana di Pietro Mascagni e Pagliacci di Ruggero Leoncavallo, irrita il pubblico. Scoppiano le contestazioni ma le emozioni sono intense. Il direttore d’orchestra Carlo Rizzi propone una lettura priva di effetti volgari. Scena raffinata di Sergio Tramonti, luci accurate di Enrico Bagnoli, sobri costumi di Giusi Giustino. Belle le voci femminili di Anita Rachvelishvili (Santuzza) e Carmela Remigio (Nedda), con Martina Belli (Lola) e Anna Malavasi (Lucia). I cantanti sono Alfred Kim (Turiddu), Gevorg Hakobyan (Alfio - Tonio), Fabio Sartori (Canio), Matteo Falcier (Beppe), Dionisios Sourbis (Silvio).

Con il dittico Cavalleria rusticana di Pietro Mascagni e Pagliacci di Ruggero Leoncavallo il Teatro dell’Opera di Roma scrittura Carlo Rizzi per la direzione musicale e Pippo Delbono per la regia, seguendo il filo dei “teatranti” dopo I Masnadieri dell’elegante ma contenuto Massimo Popolizio. Con Delbono è subito scandalo, come ho constatato domenica 8 aprile 2018. Ah, i melomani tradizionali, quelli che sanno tutto sul sovracuto e sulle intenzioni dei compositori! Leggete il libro – Grigi + Verdi di Alberto Mattioli: capirete quanto sono inutili, inconsistenti e dannose le rivendicazioni di “autenticità”.

Il problema di Del Bono è l’autoreferenzialità: sta quasi sempre sul palco, muove le mani a mo’ di direttore come fanno gli appassionati dal posto, racconta episodi personali di poco interesse. Se potesse canterebbe, sistemerebbe la cerniera di un costume che si è sganciata, venderebbe pure i biglietti prima dello spettacolo. È il suo modo di fare teatro: impossessarsene. Non tutto il pubblico apprezza ed esplodono contestazioni. Ma questo suo irritare è indubbiamente emozionante. Più coinvolgente è l’espressività nel rifuggire dagli effetti speciali e nel coinvolgere attori speciali come Bobò, sopravvissuto a 50 anni di manicomio, o il ragazzo down Gianluca, o l’ex clochard Nelson. Il contenitore di tutto ciò nelle due opere è la scena raffinata di Sergio Tramonti, con pareti tipo boiserie e palco in pendenza che si caratterizza espressivamente con le accurate luci rosso/Cavalleria e blu/Pagliacci di Enrico Bagnoli.  Sobri i costumi di Giusi Giustino con guizzo circense in Pagliacci.

Come non emozionarsi quando Bobò rimane in mezzo alla scena con una croce – la sua, la nostra –  mentre il coro, impassibile ed espressivo, canta il Regina Coeli di Cavalleria Rusticana e Santuzza inneggia al Signore, senza cedere al siculo colore locale di processioni e santini! Quanta compassione si muove quando il girotondo della Scuola di Canto Corale del Teatro dell’Opera di Roma si intreccia con i sorrisi dolcissimi del clown col cromosoma in più. Il teatro musicale diventa un pretesto per stuzzicare i nostri pensieri, provocare reazione emotiva e compenetrazione.

Ecco il trailer dell’Opera di Roma, dove non scorgerete l’onnipresenza di Delbono. Moltiplicate per 10 e scegliete se incuriosirvi o detestarla. Certamente noterete una grande intensità.

Cavalleria Rusticana e Pagliacci hanno in comune l’efferatezza che scaturisce dalla gelosia di/per una donna: regolamento di conti nel primo caso tratto da Verga e femminicidio assieme all’amante nel secondo ispirato a un fatto di cronaca. Roba per Franca Leosini, Barbara D’Urso e Cristina Parodi messe insieme.

Musicalmente le due opere hanno in comune una certa inclinazione per l’eccesso – diciamo verista, anche se il discorso è lunghissimo –  con differenze espressive che il direttore d’orchestra Carlo Rizzi ha tratteggiato, scegliendo tempi veloci per evitare effetti volgarotti. In Mascagni la dimensione popolare e quella più religiosa sono mescolate con semplicità e simmetria tra parti corali e solistiche, con l’uso di temi musicali che riassumono i sentimenti.  Celeberrimo e amatissimo l’Intermezzo che gli americani hanno mostrato di saper usare, come nei titoli di testa di Toro Scatenato o nei Simpson o in questo meraviglioso finale del Padrino 3, con tanto di grido “hanno ammazzato compare Turiddu” qui adattato alla giovane Maria.

Rizzi ha ben distinto i motivi del tema d’amore e della gelosia in Pagliacci con dinamiche d’effetto senza esagerazioni. Quanta difficoltà nelle esecuzioni corali, palpabile per qualche lieve scollatura tra orchestra e coro diretto da Roberto Gabbiani.

Ecco un frammento dal Teatro Filarmonico di Verona per la regia di Zeffirelli, certamente opposta a Delbono.

Nelle due opere all’Opera di Roma, le voci femminili mi sono piaciute tanto. Intanto Anita Rachvelishvili (Santuzza) che ha gestito il palcoscenico con piglio d’attrice, raccontando le frustrazioni di Santuzza con un timbro scuro, salti improvvisi dal grave all’acuto e una potenza sonora penetrante. Martina Belli ha interpretato una Lola frivola ma non volgare e Anna Malavasi ha declamato le angosce di mamma Lucia con compostezza.

(Mentre descrivo, figuratevi sempre Delbono che si affaccia, apre porte da cui esce una luce potente, accompagna Bobò di qua e di là, dà una compassionevole pacca al diseredato di turno).

Carmela Remigio è una deliziosa Nedda. Affronta vocalmente tutta la gamma timbrica del suo ruolo passando dallo slancio d’amore, alla difesa dalle molestie di Tonio, alla indovinata recita vezzosa e bidimensionale di Colombina.

Tra le voci maschili ho trovato Alfred Kim (Turiddu) corretto ma non coinvolgente, come ad esempio nell’addio a Mamma Lucia, e Gevorg Hakobyan (Alfio) espressivo anche in Pagliacci dove interpreta Tonio. Fabio Sartori (Canio) è il cantante navigato che sfodera acuti e potenza, con una voce che dice molto del suo personaggio, saldamente posizionato in porzioni di palco. Indovinate: chi gli ruba l’ultima celeberrima frase “la commedia è finita”? Dite Delbono? Giusto! Applaudito Matteo Falcier (Beppe) che con Dionisios Sourbis (Silvio) completa il cast di Pagliacci.

Non mi piace l’arte comoda, dove tutto è patinato e superficiale. Trovo, quindi, che la performance ipertrofica di Delbono risponda alla sana e specialissima funzione dell’espressione artistica che deve emozionare, in positivo o in negativo, rompendo la consolidata liturgia. E nella bagarre del pubblico scoppiata in sala, vedo lo stesso meccanismo stigmatizzato sui social network, dove haters e fedelissimi fingono di sostenere un pensiero e invece esibiscono sé stessi centrifugando emozioni.

Ippolita Papale

 
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OPERA CLICK

Pietro Mascagni e Ruggero Leoncavallo

Roma - Teatro dell'Opera: Cavalleria rusticana e Pagliacci

La locandina

Data dello spettacolo: 11 Apr 2018

Cavalleria Rusticana
Santuzza Anita Rachvelishvili
Lola Martina Belli
Turiddu Alfred Kim
Alfio Gevorg Hakobyan
Lucia Anna Malavasi
Pagliacci
Canio Fabio Sartori
Nedda Carmela Remigio
Tonio Gevorg Hakobyan
Silvio Dionisios Sourbis
Beppe Matteo Falcier
Primo contadino Fabio Tinalli
Secondo contadino Aurelio Cicero
Direttore Carlo Rizzi
Regia Pippo Delbono
Maestro del Coro Roberto Gabbiani
Scene Sergio Tramonti
Costumi Giusi Giustino
Luci Enrico Bagnoli

 

 


Nella capitale d'Italia, quella del 10 aprile 2018 rimarrà alla storia come la sera in cui la AS Roma sconfisse per tre reti a zero il Barcellona, qualificandosi per la semifinale di Champions League, di fronte a uno Stadio Olimpico tutto esaurito. Martedì sera, però, anche il Teatro dell'Opera di Roma era strapieno, per un evento forse meno memorabile, ma non meno lungamente atteso: era dal maggio del 1972, difatti, che il dittico più celebre del repertorio operistico non vi veniva rappresentato (mentre ai Pagliacci, senza Cavalleria, si è potuto assistere nel 2002 e nel 2009).

Per interrompere il lungo digiuno, la direzione del teatro ha affidato la regia a Pippo Delbono. La regia, contestata in modo sciatto, opinabile ed estremistico da taluni critici, che sono arrivati addirittura a definirla sui social “folle e insensata, a tratti fortemente irritante, in alcuni momenti solo stupida”, si è rivelata abbastanza statica e più tradizionale del previsto, ben recitata ed esteticamente gradevole, soprattutto in Pagliacci.

A irritare questi critici e una parte minoritaria del pubblico presente, alcune soluzioni registiche non troppo frequenti nei teatri d'opera, ma alle quali già ci è capitato di assistere, essendo del resto ampiamente sdoganate in ambiente teatrale da molti anni: un breve prologo sotto forma di ricordi personali scritto e recitato dal regista stesso ad apertura di serata, in cui vengono spiegate alcune scelte relative allo spettacolo; soprattutto la presenza in scena, a tratti, del regista, con incursioni meta-teatrali di stampo brechtiano. Nulla di sconvolgente, dunque, tanto più che il teatro nel teatro è il motore principale dei Pagliacci.

Che il regista abbia scelto di recitare e quindi di rimanere personalmente alla guida dello spettacolo per l'intero ciclo di repliche, inoltre, mi sembra una scelta interessante in un periodo storico in cui l'abitudine costante è quella di preparare tutto e poi, dopo la prima, lasciare lo spettacolo a sé stesso. Anche perché la regia di Cavalleria (già recensita da Bruno Tredicine per Operaclick) è molto personale, forse troppo, e proprio per questo risulta la meno riuscita delle due: il fuoco che arde all'inizio e durante l'Intermezzo è spiegato da Delbono, durante il prologo recitato, come memoria della madre, morta pochi giorni dopo aver assistito, con Delbono stesso, a un rogo pasquale, simbolo di morte e resurrezione.

Dimenticate il sole della Sicilia. La scena fissa curata da Sergio Tramonti è simbolica e affascinante: pareti color rosso pompeiano screziate da vampe nere donano alle due opere un'atmosfera cupa e claustrofobica; al centro, lo spazio ricavato viene usato per rappresentare la messa in scena da parte del regista; dai lati, alcune porte aprono squarci di luce dall'esterno e consentono l'ingresso e l'uscita dei personaggi. L'unico cambiamento scenografico evidente, al termine dell'Intermezzo di Pagliacci, è l'innalzamento della parete di fondo a rivelare uno splendido orizzonte marino luccicante nell'oscurità. I costumi di Giusi Giustino, altalenanti tra classici abiti da clown per la compagnia di pagliacci di Delbono e costumi che strizzano l'occhio alla tradizione siciliana per Cavalleria, è quanto di più semplice e di buon gusto si possa immaginare. Le luci di Enrico Bagnoli contribuiscono con esattezza e senza eccessi alla narrazione. I momenti in cui si notano maggiormente, oltre ai già citati tagli sull'apertura delle porte, sono quelli di immersione nel rosso, durante le manifestazioni di odio/sangue di Cavalleria, e l'accensione delle luci colorate da spettacolo che avvolgono l'intera sala dopo l'Intermezzo dei Pagliacci.

Sul palco insieme a Delbono, Bobò: un “vecchio piccolo attore sordomuto rimasto per cinquant'anni rinchiuso nel manicomio di Aversa”, come spiega il regista nel prologo. A Bobò vengono demandati un paio di momenti drammaturgicamente rilevanti, come il tenere la croce al centro del palco da solo, nel momento in cui il coro e Santuzza cantano l'inno per la processione pasquale, o lo stare seduto a un tavolino a bere vino e a riempire i bicchieri di Delbono e di Turiddu, prima del duello finale. In Pagliacci, oltre alla compagnia di Delbono, un ragazzo affetto dalla sindrome di Down di nome Gianluca ha affiancato Bobò nel ruolo di Arlecchino: simulando un volo d'uccello, i due hanno contribuito a creare un momento molto poetico durante l'aria di Nedda Stridono lassù, liberamente.

Dulcis in fundo, l'annosa questione relativa alla frase finale “La commedia è finita!” è stata spazzata via da Delbono: il regista stesso ha recitato le parole, dopo aver consolato Canio in modo molto simile a come aveva fatto con Lucia al termine di Cavalleria. Applausi del pubblico. Poi, alla fine, il regista si presenta alla ribalta durante gli applausi finali e un piccolo gruppo di spettatori attempati inscena una gazzarra. Delle ragazze sedute accanto a me mi chiedono candidamente “Ma sai perché quelli stanno fischiando?”.

La direzione musicale è stata affidata alle sapienti mani di Carlo Rizzi, il quale ha diretto Cavalleria in modo corretto e scarno, procedendo a rapide falcate, concentrandosi molto nel dare il tempo agli interpreti sul palco, vista la scelta di tempi a tratti serrati, e concedendo qualcosa al sentimentalismo solo nel Preludio, nell'Intermezzo e nella scena finale. In Pagliacci il volume medio sale, così come l'incalzare dei tempi e la sensazione di spigolosità nel legare musicalmente le scene. Buona la prova dell'Orchestra del Teatro dell'Opera di Roma. Un po' meno buona quella del coro guidato da Roberto Gabbiani, non tanto sul fronte della sincronia o della dizione, sempre abbastanza perspicua, quanto su quello dei colori e della morbidezza, aspetti importantissimi soprattutto in Cavalleria e realizzati in modo non troppo convincente.

Tra gli interpreti, eccellente Anita Rachvelishvili nei panni di Santuzza. Il mezzosoprano georgiano ha messo in mostra una voce potente, ricca e omogenea in tutti i registri, con acuti al fulmicotone, una dizione ottima e un fraseggio tradizionale ma ben impostato. Splendido momento il racconto Voi lo sapete, o mamma, tra i pochissimi della serata a ricevere un applauso a scena aperta, nonché il successivo duetto con Turiddu in cui la voce del tenore a tratti viene sommersa. Alfred Kim è un Turiddu dalla voce non sempre potente, che però si arricchisce in alto, e dalla dizione accettabile. Parte maluccio, con lo stornello fuori scena quasi gridato, e termina bene, con un convincente addio alla madre. Il suo problema non è tanto il canto, quanto l'interpretazione e il fraseggio abbastanza piatti che non rendono onore al personaggio di Turiddu, qui palesemente dominato dalla Santuzza della Rachvelishvili.

Fabio Sartori parte in modo non molto convincente, commettendo un lieve errore in una delle prime frasi e mostrando qualche incertezza. Da Vesti la giubba, però, il tenore si riscatta completamente, sfruttando la potenza di fuoco della propria canna e l'aspetto imponente, ricevendo un lungo applauso a scena aperta e portando a casa un finale da manuale, compreso un altrettanto veemente No, pagliaccio non son!, convincente tanto dal punto di vista canoro quanto da quello recitativo. Carmela Remigio, pur usandola con molta intelligenza, non ha una voce adatta a questo tipo di opera, tant'è che si trova a dover forzare in qualche occasione e che non sempre si impone come dovrebbe, soprattutto negli acuti mai “taglienti” al punto giusto. Si trova molto bene nelle scene più raccolte, però, come il duetto con Silvio, fraseggia da esperta e con ottima dizione e, cosa sempre utile, sa stare bene sul palcoscenico.

Gevorg Hakobyan ha voce abbastanza potente, buona dizione italiana e mostra un fraseggio studiato e anti-retorico. Crea un ottimo Alfio: cupo come le scene, dalla postura e dai gesti estremamente sorvegliati, dallo sguardo severo fin dal suo ingresso in scena, con la ben cantata cavatina Il cavallo scalpita. Meno interessante come Tonio, sebbene apprezziamo la scelta di non salire all'acuto di tradizione sulle parole «al pari di voi» pronunciate dal Prologo, così come in generale la definizione di un carattere più umano e meno macchiettistico; in questo la regia lo aiuta, ad esempio caratterizzando la “deformità” con l'appoggiarsi costantemente a un bastone da passeggio, segno di problemi deambulatori, ma senza vistose gobbe finte o altri ammennicoli.

Ottimi gli interpreti comprimari. Per Cavalleria Martina Belli dona buon canto e bell'aspetto a Lola, così come fa Anna Malavasi per Lucia. In Pagliacci Silvio è cantato con partecipazione e timbro piacevole da Dionisios Sourbis, mentre Matteo Falcier è un Beppe di tutto rispetto. Completano il cast Fabio Tinalli nei panni del primo contadino e Aurelio Cicero nei panni del secondo contadino.

Michelangelo Pecoraro

 
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Connessi all'Opera

Connessi all'Opera

Lirica e dintorni ai tempi del 2.0

Roma, Teatro dell’Opera – Cavalleria rusticana, Pagliacci

La regia non è tradizionale. Questo non deve stupire, perché Pippo Delbono non è un coreografo del bello, non allestisce un quadro bozzettistico per il “benessere” del pubblico. Lui è un ricercatore, prima di tutto, un uomo che mette in crisi chi lo ascolta e lo osserva, ma soprattutto un regista che cerca di far parlare con voce nuova due composizioni sepolte sotto cumuli di tradizionalismo scenico. Quando si pensa al dittico Cavalleria rusticana e Pagliacci vengono in mente due oggetti: il carretto siciliano e la maschera della commedia dell’arte. Delbono elimina entrambi. Compie questo gesto non per liberarsi dell’operismo tout court, ma per dare nuova esistenza alla musica e alle dinamiche drammatiche fra i personaggi. Per questo è l’umanità il centro del suo interesse: quella variegata e molteplice del coro, spesso esclusa o marginale in alcune regie, ma anche l’altra, quella dei protagonisti del dramma, qui destrutturati, semplificati, minimizzati, annichiliti ma proprio per questo rinnovati, perché nella loro essenzialità – di gesto, azione, rapporto – viene alla luce il conflitto con maggiore violenza. L’attualizzazione che il regista opera sui due titoli non è di tipo esteriore, bensì interiore, rafforzato ancor più dalla presenza in scena di alcuni attori che con lui lavorano da anni, percorrendo una strada di ricerca non convenzionale, allargata a mondi teatrali lontani ed esperienze internazionali. Oltre alla presenza di Bobò e Gianluca che abbreviano la distanza fra spazio scenico e platea con la loro semplice umanità, in alcuni istanti si percepisce l’influenza di Pina Bausch, nell’impiego di una circolarità gestuale, semplice ma reiterata, che coinvolge figure periferiche eppure disegna spazi e tempi universali. Il regista, quasi sempre presente in scena, fa da trait d’union con il mondo esterno, ma contemporaneamente osserva l’azione e vi agisce all’interno accompagnandovi i suoi simboli.

Le due vicende si svolgono nello stesso luogo scenico, concepito da Sergio Tramonti: uno spazio metafisico, una stanza rossa, come il sangue della passione del Cristo, lo stesso della perduta verginità di Santuzza, ma anche della passione che divora tutti e, infine, del vino che fa accendere Turiddu contro Alfio. Ma poi anche dell’abito di Nedda, che è il fulcro drammatico di amore e odio fra Tonio, Canio e Silvio. Segno di un legame molto più stretto e simbolico di quanto non appaia in superficie. Le sedie sono disposte tutte intorno come in una chiesa abbandonata o in uno spazio aperto, forse una piazza circondata da palazzi nobiliari e decadenti. Sembra un luogo della memoria e della storia, in cui i conflitti si realizzano e si risolvono sotto gli occhi di coro e pubblico, quest’ultimo in particolare chiamato a testimone, in maniera brechtiana, anche dai frequenti interventi del regista in platea durante le pause musicali. Questa stanza si spalanca e si restringe, sembra avere accessi infiniti, delineati dal disegno delle luci di Enrico Bagnoli. Ora di taglio, assolutamente innaturali, ora dall’alto, ma di ghiaccio, ora direttamente dal proscenio, ma calde e brucianti, queste luci disegnano, all’occorrenza, ombre inquiete sulle pareti opposte o sul fondo, come accade a Canio la cui figura gigantesca, posta a sovrastare l’interprete in proscenio, sottolinea assai meglio di qualsiasi gesto verista l’annichilimento dell’uomo tradito.
Se i pregevoli costumi di Giusi Giustino si limitano, in Cavalleria, a una tavolozza scura e drammatica sia nel taglio che nel tono, grazie a cui spicca il corpo sinuoso di Lola, unico guizzo di bianco, è invece nei Pagliacci che essi si accendono nelle forme e nei colori, merito in gran parte della clownerie che è al seguito dei comici dell’arte. In effetti, anche se Cavalleria era già stata affrontata da Delbono, che invece, per sua stessa ammissione, era titubante sul secondo titolo, l’impressione che arriva è che la concezione registica prenda spunto interamente dalla dinamica metateatrale dei Pagliacci. Sarà per i clown, sarà per il gioco pirandelliano della realtà e della finzione, sarà per la marginalità dell’elemento religioso che, al contrario, rende Cavalleria una mattanza ineluttabile, ma l’idea registica di ricerca sembrerebbe nata proprio da qui e poi trasportata anche nell’altra, fondendo insieme i due momenti senza soluzione di continuità. Infatti l’inizio della seconda opera prende l’avvio, scenograficamente parlando, dalla conclusione dell’altra e allo stesso modo il popolo che segue la processione di Pasqua è lo stesso che smania per assistere alla commedia di Arlecchino e Colombina. Che poi è sempre lo stesso pubblico che contesta la regia solo perché si aspetta sulla scena il sangue e il coltello, invece scopre di trovarci uomini e donne.

Sul versante musicale gli apprezzamenti del pubblico non hanno invece titubanze. In effetti l’Orchestra e il Coro del Teatro dell’Opera eseguono le due partiture in maniera impeccabile, grazie all’ottimo lavoro di Roberto Gabbiani e all’energica direzione di Carlo Rizzi. Quest’ultimo sa evidenziare i bei passaggi solistici o gli intrecci melodici di entrambe le opere senza scostarsi troppo da una interpretazione tradizionale, ma con qualche interessante nota personale, come nel Brindisi di Cavalleria, staccato a un tempo assai rapido che ha però trasmesso tutta l’ebbrezza del vino e della gelosia.

Il debutto nel ruolo di Santuzza di Anita Rachvelishvili è assai buono, la figura è scenicamente credibile e la vocalità adatta alla parte, nonostante qualche tensione negli acuti. I centri hanno una rotondità vellutata che viene esaltata dalla tessitura anfibia del ruolo mascagnano e le grandi arcate melodiche sono sempre maestose, in particolare nella scena della processione in cui musicalmente troneggia, come la statua di una santa, su tutti i fedeli. Interessante Alfred Kim la cui pronuncia sincera e la brillantezza del timbro giocano un ruolo fondamentale nel delineare il personaggio di Turiddu. Meno convincente Gevorg Hakobyan come Alfio, a causa di un fraseggio non particolarmente curato, che si riscatta però con Tonio. Seducente Martina Belli nel breve ruolo di Lola e molto intensa la Lucia di Anna Malavasi, soprattutto sul fronte scenico, ma senza alcuna esagerazione verista.
In Pagliacci, Fabio Sartori è un Canio di tutto rispetto, la voce è vibrante e l’interpretazione intensa; la regia lo immobilizza e gli impedisce di ampliare verosimilmente il gesto, rafforzando così l’intensità del personaggio soprattutto nell’aria, mentre nel finale l’inevitabile gioco scenico svilisce quanto costruito sul fronte drammaturgico. Al contrario, la Nedda debuttata da Carmela Remigio è naturale, scenicamente disinvolta, dolcissima in uno sguardo e belva in un solo gesto. Si presta all’interpretazione “fisica” della regia, uscendo di scena quasi ballando, all’inizio, e poi dando sfogo all’intensità del duetto con Silvio sfruttandone la distanza fisica invece della vicinanza, segno di grande intelligenza e di intuizione scenica. Il luogo teatrale è fatto per lei, mentre la voce, sempre corretta e mai sopra le possibilità, dipinge una donna fragile ma in grado di farsi valere sulla violenza dell’uomo: un piglio sottolineato dagli acuti, vero punto di forza dell’interprete, sempre penetranti e timbratissimi. Gevorg Hakobyan si riscatta sul fronte scenico e su quello vocale con il suo Tonio, mentre eccellenti risultano Dionisios Sourbis nei panni di Silvio e, soprattutto, il Beppe di Matteo Falcier, la cui voce squillante e malinconica è perfetta nella serenata.
Le sonore contestazioni alla regia sono state liquidate così da Delbono in uno dei suoi interventi in platea: “Tutto sta crollando, ma noi all’opera vogliamo che tutto si conservi”. Forse non tutti: grandi plausi a Delbono.

Teatro dell’Opera – Stagione 2017/2018
CAVALLERIA RUSTICANA
Opera in un atto
Testo di Guido Menasci e Giovanni Targioni-Tozzetti
tratto dalla novella omonima di Giovanni Verga
Musica di Pietro Mascagni

Santuzza Anita Rachvelishvili
Lola Martina Belli
Turiddu Alfred Kim
Alfio Gevorg Hakobyan
Lucia Anna Malavasi

Allestimento Teatro di San Carlo di Napoli

PAGLIACCI
Opera in due atti
Libretto e musica di Ruggero Leoncavallo

Canio Fabio Sartori
Nedda Carmela Remigio
Tonio Gevorg Hakobyan
Beppe Matteo Falcier
Silvio Dionisios Sourbis

Nuovo allestimento

Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera di Roma
con la partecipazione della Scuola di Canto Corale del Teatro dell’Opera di Roma
Direttore Carlo Rizzi
Maestro del Coro Roberto Gabbiani
Regia Pippo Delbono
Scene Sergio Tramonti
Costumi Giusi Giustino
Luci Enrico Bagnoli
Roma, 6 aprile 2018

 
Cav and Pag , la passione che uccide secondo Delbono
Sabato 07 Aprile 2018 08:15

 
video Cavalleria/Pagliacci
Venerdì 06 Aprile 2018 14:07

https://www.youtube.com/watch?v=a7j_3tgu7IA

 
Dittico verista secondo Delbono
Venerdì 06 Aprile 2018 13:57

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Dittico verista secondo Delbono

Opera di Roma: Cavalleria e Pagliacci con la direzione di Carlo Rizzi

 

Pagliacci (foto Yasuko Kageyama) Pagliacci (foto Yasuko Kageyama)
Recensione
classica
06 Aprile 2018
tempo di lettura 4'
Teatro dell’Opera, Roma
Cavalleria rusticana/Pagliacci
05 Aprile 2018 - 15 Aprile 2018

Si dirà: la solita accoppiata Cavalleria-Pagliacci. Ma, contando anche quella attuale, a Roma la si è vista solo tre volte, a cinquant’anni di distanza l’una dall’altra! Quindi i romani sono accorsi, pensando che forse nella loro vita non avranno più un’altra occasione di vederla, facendo man bassa dei biglietti per le sole cinque recite programmate. E hanno fatto bene, nonostante qualcuno alla prima si sia pentito e abbia fischiato. O forse non si è pentito affatto ed è invece contentissimo, perché era andato a teatro proprio per fischiare e ora può essere soddisfatto di sé. Un solo commento: ogni opinione va rispettata, quel che non si può ammettere è che un manipolo di persone impediscano alle altre mille e seicento di ascoltare come è loro diritto, senza essere disturbati da urla e schiamazzi.

Oggetto delle proteste era Pippo Delbono, che, come cercheremo di spiegare, è stato l’autore di una messa in scena sostanzialmente rispettosissima della musica e perfino – nonostante il solo nome di questo regista “d’avanguardia” sia bastato a far saltare la mosca al naso dei tifosi del verismo, che sono la parte più conservatrice del mondo dell’opera - anche piuttosto tradizionale. Qualcosa di diverso c’era, ma molto discreto, come i brevi interventi di Delbono, che prima di Cavalleria rusticanae dei due atti di Pagliacci, è sceso in platea per dire brevemente di alcuni suoi ricordi collegati alla pasqua e al mondo del circo, quindi riferibili all’ambientazione delle due opere. Ricordare emozioni e sentimenti personali era indirettamente un invito agli spettatori a rispecchiarsi in quel che stavano per ascoltare, ma preludeva anche a qualcosa di totalmente diverso, una pirandelliana confusione tra realtà e teatro, ribadita dalla successiva presenza (assolutamente non invadente) del regista in palcoscenico durante lo spettacolo, per dare indicazioni a protagonisti, coro e figuranti. Ma questi accenni pirandelliani sono molto discreti e fondamentalmente la Cavalleria rusticanadi Delbono ha la severità e l’essenzialità di una tragedia greca. La scena di Sergio Tramonti è una grande sala nuda dalle pareti rosse, forse ilfoyerfatiscente di un teatro in disuso; il coro vestito di nero (costumi di Giusi Giustino) è quasi immobile, allineato sul fondo o seduto ai lati; i protagonisti, nonostante i gesti ampi e plateali tipici dei popoli mediterranei, sono chiusi in loro stessi, isolati l’uno dall’altro, non entrano mai in contatto: in questo dramma di grandi passioni non ci sono sentimenti, non c’è amore, ed è la musica stessa a dirlo.

La realizzazione musicale va infatti nella stessa direzione. Anita Rachvelishvili sfoggia una voce dal timbro sontuoso (appena qualche tensione negli acuti) e anche Alfred Kim (Turiddu) e Gevorg Hakobyan (Alfio) hanno voci di notevole qualità e soprattutto molto robuste. Ma la loro interpretazione, come anche quella del coro e dell’orchestra, non coinvolge emotivamente, perché non c’è un vero sviluppo delle psicologie e dei sentimenti dei personaggi: si veda come i momenti più drammatici si risolvono inevitabilmente nel fortissimo, con un procedimento quasi meccanico. Non è un’annotazione negativa: questo distacco emotivo rende più tragica e potente la vicenda che si svolge sotto i nostri occhi.

Delbono da una parte collega CavalleriaPagliacci– stessa scenografia, simile mescolanza di vita e teatro, qui ovviamente chiesta a chiare lettere dal soggetto -  e dall’altra parte differenzia sottilmente ma nettamente queste due opere spesso erroneamente considerate gemelle. Per quanto al libretto e alla musica di Leoncavallo vengano solitamente attribuite alcune ingenuità, quest’opera è à la page con alcune tendenze europee del tempo e per alcuni aspetti addirittura precorre sviluppi successivi: Delbono non se li lascia sfuggire. Ecco allora il teatro nel teatro ma anche l’espressionismo, la marionetta, il circo, il surrealismo. Ed ecco naturalmente Delbono, con alcuni suoi caratteri inconfondibili, presenti d’altronde anche in Cavalleria, come la tenera presenza di Bobò, il piccolo e ormai molto anziano attore sordomuto, che il regista ha salvato da un manicomio dove per cinquant’anni era stato abbandonato come uno scarto dell’umanità.

Molto diversa anche la realizzazione musicale. Assolutamente superlativi, Carmela Remigio (Nedda) e Fabio Sartori (Canio) interpretano con maggiore umanità questi personaggi, che forse hanno minor statura di quelli di Mascagni, ma sono più vivi, più mobili, più reattivi. Gevorg Hakobyan (Tonio) anche qui canta in modo corretto ma resta estraneo al dramma. Benissimo in entrambe le opere i comprimari Anna Malavasi, Martina Belli, Matteio Falcier e Dionisio Sourbis.

Carlo Rizzi dirige con grande attenzione, senza una sbavatura. Asciutto ed essenziale ma potente in Mascagni. Più mosso e colorato in Leoncavallo, la forza della cui musica sta (come mutatis mutandisin Mahler, che infatti amava molto Pagliacci) nella mescolanza e nella contaminazione dei vari piani espressivi e stilistici.

 
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