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“Bobò”, film tra cinema e teatro. Pippo Delbono e il suo inseparabile compagno di palcoscenico di Margherita Bordino ArtTribune

Martedì 02 Dicembre 2025 08:48

“Bobò”, film tra cinema e teatro. Pippo Delbono e il suo

inseparabile compagno di palcoscenico

È una storia unica, folle, emozionante, di libertà e speranza. Pippo Delbono la dedica a

Vincenzo Cannavacciuolo, in arte Bobò, scomparso nel 2019. Tre premi al Torino Film

Festival, ora al cinema con Luce Cinecittà

“Bobò”, film tra cinema e teatro. Pippo Delbono e il suo inseparabile compagno di palcoscenico Bobò

Non è un film di finzione e non è, propriamente, un documentario. Bobò, presentato

al Torino Film Festival (vincitore di tre premi: la menzione speciale del concorso

internazionale documentari, il premio Interfedi e la menzione del premio Gli occhiali di

Ghandi) e in sala dal 27 novembre con Luce Cinecittà, è piuttosto un attraversamento:

un gesto di libertà che corre sul filo sottile tra cinema e teatro, dove la memoria

diventa materia viva, e il presente s’infrange contro ciò che resta. Pippo Delbono lo

dedica al suo compagno di scena più fedele, Bobò, pseudonimo di Vincenzo

Cannavacciuolo, scomparso nel 2019 dopo una vita vissuta contro ogni definizione

possibile.


Tra Delbono e Bobò un incontro poetico


Per oltre vent’anni Bobò è stato il cuore pulsante degli spettacoli di Delbono.

Un uomo sottratto al silenzio del manicomio. “L’ho portato via che aveva quarantasei

anni”, racconta il regista – e restituito al mondo come artista. Sordo, muto, quasi

analfabeta, ma capace di una grazia che non aveva bisogno di traduzione.

Si muoveva in modo poetico. Ogni cosa che faceva era bellissima. Non era una

persona malata, era un genio. Unico, irripetibile”.


Dall’archivio alla vita: un film fuori da ogni forma

Il film raccoglie materiali d’archivio girati nell’arco di decenni: prove, riprese rubate,

frammenti di tournée, momenti di quotidianità. Più di trecento ore digitalizzate e

intrecciate con nuove immagini girate a Napoli e ad Aversa, dove la loro storia è

cominciata. Il risultato è un oggetto non catalogabile, a metà tra rito e confessione,

un’opera che abbatte le barriere – di linguaggio, di genere cinematografico, di

identità. Delbono diventa voce narrante, guida dolce e inquieta di un viaggio che non

cerca spiegazioni, ma presenza.


Il mistero del corpo che ascolta l’invisibile

E la presenza di Bobò era assoluta. “Ballava a ritmo, ma era sordo. È un mistero”, dice

Delbono. Gli bastava ascoltare la vibrazione dell’aria: dal pop a Chopin, il suo corpo

cambiava danza come se traducesse l’invisibile. Toccare il sacro era per lui un gesto

involontario, come respirare. Viveva nell’istante, senza prima né dopo, e proprio in

quell’attimo riusciva a generare un’intensità che appartiene solo ai grandi attori, quelli

che non sanno di esserlo.

Precisione e improvvisazione

Sul palco improvvisava, ma una volta trovata la forma voleva ripeterla identica,

“svizzero”, diceva Delbono, nel desiderio ostinato della precisione. Amava tutti, ed era

impossibile non amarlo. La sua calma, la sua immobilità, erano una lezione. “Cerco di

fare come lui: catturare l’attenzione non facendo niente”. Per Delbono, che al cinema

aveva debuttato con Guadagnino in Io sono l’amore, la scena resta un luogo di verità

più profonda. Un luogo dove si può ancora tentare di essere possibili.

Un’eredità artistica unica

Bobò è allora un gesto di gratitudine, ma anche una mancanza da attraversare.

Un modo per continuare a condividere un’eredità che non è fatta di teoria,

ma di un corpo piccolo e tenace che ha mostrato a un’intera compagnia – e a migliaia

di spettatori – che la libertà, a volte, arriva da dove meno ce lo aspettiamo.

E che il teatro, come la vita, può essere una casa senza porte: basta avere il coraggio

di entrarci.

Margherita Bordino

 
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