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La gioia: Pippo Delbono e l'estetica della diversità

Giovedì 13 Giugno 2019 21:39

La gioia: Pippo Delbono e l’estetica della diversità

Pubblicato il 9 Giugno 2019
Emilio Sala
AMADEUS MAGAZINE

Ogni vero melomane si sente “diverso”. Dal barone Rodolphe de Gortz di Jules Verne al Fantasma dell’Opera o a Fitzcarraldo di Werner Herzog i melomani sono dei tipi (di solito maschi) eccentrici e non troppo rassicuranti – dei “diversi”, insomma.

Pensavo a questo guardando e ascoltando La gioia, lo spettacolo di Pippo Delbono in scena al Piccolo Teatro Strehler. Uno spettacolo che usa la musica come dei “numeri chiusi” in tutto e per tutto “operistici”. Il più straordinario è il valzer della Masquerade di Chačaturjan: illuminato da luci stroboscopiche e sparato a volume da concerto rock, questo “numero” è costellato di personaggi completamente “folli” che si agitano indemoniati per il palcoscenico e poi invadono anche la platea trasportati dal vortice di quel valzer meraviglioso, ma pure un po’ pacchiano, che quando finisce strappa un applauso a scena aperta non so se più commosso o più liberatorio (per fortuna l’incubo psichedelico è finito!).

Mi è subito venuta in mente la “lettera sull’opera” che Gilbert Rouget inserisce nel suo famoso libro Musica e trance (ce n’è una simile anche nelle Lettres persanes di Montesquieu). A scriverla è un etnomusicologo originario del Benin che con uno sguardo straniante descrive lo spettacolo operistico come se fosse una “cerimonia di possessione”.

L’estetica della diversità praticata da Delbono usa anche il suono come elemento mercuriale, capace di aprire spazi drammaturgici pluridimensionali. L’effetto di Laurence Olivier che recita il monologo di Amleto nel famoso film, e a un certo punto non muove più le labbra ma la sua voce continua diventando “interiore”, è un effetto continuamente presente nello spettacolo di Delbono. Così come è presente il playback, insieme tenero e grottesco, del ragazzo down (Gianluca Ballaré) che “canta” Maledetta primavera della Goggi en travesti.

Ma è chiaro che la voce registrata come “oggetto perduto” è quella di Bobò, il sordomuto da poco scomparso che, vissuto per quarant’anni nel manicomio di Aversa, era un po’ l’icona della compagnia e che ora, con la sua assenza (la panchina vuota) e soprattutto con la sua invisibile “voce da uccellino”, crea un vuoto sul quale galleggia in modo struggente tutto lo spettacolo.

Chi ha vissuto profondamente il parossismo dell’emozione operistica, la sua “gioia”, chi ha ascoltato l’alterità della voce, la sua natura fantasmatica, sa che anche il teatro di Delbono è “opera”.

 
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