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Haters e fedelissimi si scontrano per il regista Delbono

Giovedì 03 Maggio 2018 08:26

03 . 05 . 2018



danza news a cura di Francesca Bernabini
La recensione
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Haters e fedelissimi si scontrano per il regista Pippo Delbono al Teatro dell’Opera di Roma: una centrifuga di emozioni come sui social network.

Al Teatro dell’Opera di Roma l’autoreferenzialità di Pippo Delbono, regista del dittico Cavalleria Rusticana di Pietro Mascagni e Pagliacci di Ruggero Leoncavallo, irrita il pubblico. Scoppiano le contestazioni ma le emozioni sono intense. Il direttore d’orchestra Carlo Rizzi propone una lettura priva di effetti volgari. Scena raffinata di Sergio Tramonti, luci accurate di Enrico Bagnoli, sobri costumi di Giusi Giustino. Belle le voci femminili di Anita Rachvelishvili (Santuzza) e Carmela Remigio (Nedda), con Martina Belli (Lola) e Anna Malavasi (Lucia). I cantanti sono Alfred Kim (Turiddu), Gevorg Hakobyan (Alfio - Tonio), Fabio Sartori (Canio), Matteo Falcier (Beppe), Dionisios Sourbis (Silvio).

Con il dittico Cavalleria rusticana di Pietro Mascagni e Pagliacci di Ruggero Leoncavallo il Teatro dell’Opera di Roma scrittura Carlo Rizzi per la direzione musicale e Pippo Delbono per la regia, seguendo il filo dei “teatranti” dopo I Masnadieri dell’elegante ma contenuto Massimo Popolizio. Con Delbono è subito scandalo, come ho constatato domenica 8 aprile 2018. Ah, i melomani tradizionali, quelli che sanno tutto sul sovracuto e sulle intenzioni dei compositori! Leggete il libro – Grigi + Verdi di Alberto Mattioli: capirete quanto sono inutili, inconsistenti e dannose le rivendicazioni di “autenticità”.

Il problema di Del Bono è l’autoreferenzialità: sta quasi sempre sul palco, muove le mani a mo’ di direttore come fanno gli appassionati dal posto, racconta episodi personali di poco interesse. Se potesse canterebbe, sistemerebbe la cerniera di un costume che si è sganciata, venderebbe pure i biglietti prima dello spettacolo. È il suo modo di fare teatro: impossessarsene. Non tutto il pubblico apprezza ed esplodono contestazioni. Ma questo suo irritare è indubbiamente emozionante. Più coinvolgente è l’espressività nel rifuggire dagli effetti speciali e nel coinvolgere attori speciali come Bobò, sopravvissuto a 50 anni di manicomio, o il ragazzo down Gianluca, o l’ex clochard Nelson. Il contenitore di tutto ciò nelle due opere è la scena raffinata di Sergio Tramonti, con pareti tipo boiserie e palco in pendenza che si caratterizza espressivamente con le accurate luci rosso/Cavalleria e blu/Pagliacci di Enrico Bagnoli.  Sobri i costumi di Giusi Giustino con guizzo circense in Pagliacci.

Come non emozionarsi quando Bobò rimane in mezzo alla scena con una croce – la sua, la nostra –  mentre il coro, impassibile ed espressivo, canta il Regina Coeli di Cavalleria Rusticana e Santuzza inneggia al Signore, senza cedere al siculo colore locale di processioni e santini! Quanta compassione si muove quando il girotondo della Scuola di Canto Corale del Teatro dell’Opera di Roma si intreccia con i sorrisi dolcissimi del clown col cromosoma in più. Il teatro musicale diventa un pretesto per stuzzicare i nostri pensieri, provocare reazione emotiva e compenetrazione.

Ecco il trailer dell’Opera di Roma, dove non scorgerete l’onnipresenza di Delbono. Moltiplicate per 10 e scegliete se incuriosirvi o detestarla. Certamente noterete una grande intensità.

Cavalleria Rusticana e Pagliacci hanno in comune l’efferatezza che scaturisce dalla gelosia di/per una donna: regolamento di conti nel primo caso tratto da Verga e femminicidio assieme all’amante nel secondo ispirato a un fatto di cronaca. Roba per Franca Leosini, Barbara D’Urso e Cristina Parodi messe insieme.

Musicalmente le due opere hanno in comune una certa inclinazione per l’eccesso – diciamo verista, anche se il discorso è lunghissimo –  con differenze espressive che il direttore d’orchestra Carlo Rizzi ha tratteggiato, scegliendo tempi veloci per evitare effetti volgarotti. In Mascagni la dimensione popolare e quella più religiosa sono mescolate con semplicità e simmetria tra parti corali e solistiche, con l’uso di temi musicali che riassumono i sentimenti.  Celeberrimo e amatissimo l’Intermezzo che gli americani hanno mostrato di saper usare, come nei titoli di testa di Toro Scatenato o nei Simpson o in questo meraviglioso finale del Padrino 3, con tanto di grido “hanno ammazzato compare Turiddu” qui adattato alla giovane Maria.

Rizzi ha ben distinto i motivi del tema d’amore e della gelosia in Pagliacci con dinamiche d’effetto senza esagerazioni. Quanta difficoltà nelle esecuzioni corali, palpabile per qualche lieve scollatura tra orchestra e coro diretto da Roberto Gabbiani.

Ecco un frammento dal Teatro Filarmonico di Verona per la regia di Zeffirelli, certamente opposta a Delbono.

Nelle due opere all’Opera di Roma, le voci femminili mi sono piaciute tanto. Intanto Anita Rachvelishvili (Santuzza) che ha gestito il palcoscenico con piglio d’attrice, raccontando le frustrazioni di Santuzza con un timbro scuro, salti improvvisi dal grave all’acuto e una potenza sonora penetrante. Martina Belli ha interpretato una Lola frivola ma non volgare e Anna Malavasi ha declamato le angosce di mamma Lucia con compostezza.

(Mentre descrivo, figuratevi sempre Delbono che si affaccia, apre porte da cui esce una luce potente, accompagna Bobò di qua e di là, dà una compassionevole pacca al diseredato di turno).

Carmela Remigio è una deliziosa Nedda. Affronta vocalmente tutta la gamma timbrica del suo ruolo passando dallo slancio d’amore, alla difesa dalle molestie di Tonio, alla indovinata recita vezzosa e bidimensionale di Colombina.

Tra le voci maschili ho trovato Alfred Kim (Turiddu) corretto ma non coinvolgente, come ad esempio nell’addio a Mamma Lucia, e Gevorg Hakobyan (Alfio) espressivo anche in Pagliacci dove interpreta Tonio. Fabio Sartori (Canio) è il cantante navigato che sfodera acuti e potenza, con una voce che dice molto del suo personaggio, saldamente posizionato in porzioni di palco. Indovinate: chi gli ruba l’ultima celeberrima frase “la commedia è finita”? Dite Delbono? Giusto! Applaudito Matteo Falcier (Beppe) che con Dionisios Sourbis (Silvio) completa il cast di Pagliacci.

Non mi piace l’arte comoda, dove tutto è patinato e superficiale. Trovo, quindi, che la performance ipertrofica di Delbono risponda alla sana e specialissima funzione dell’espressione artistica che deve emozionare, in positivo o in negativo, rompendo la consolidata liturgia. E nella bagarre del pubblico scoppiata in sala, vedo lo stesso meccanismo stigmatizzato sui social network, dove haters e fedelissimi fingono di sostenere un pensiero e invece esibiscono sé stessi centrifugando emozioni.

Ippolita Papale

 
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