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OPERA CLICK

Venerdì 13 Aprile 2018 17:01

OPERA CLICK

Pietro Mascagni e Ruggero Leoncavallo

Roma - Teatro dell'Opera: Cavalleria rusticana e Pagliacci

La locandina

Data dello spettacolo: 11 Apr 2018

Cavalleria Rusticana
Santuzza Anita Rachvelishvili
Lola Martina Belli
Turiddu Alfred Kim
Alfio Gevorg Hakobyan
Lucia Anna Malavasi
Pagliacci
Canio Fabio Sartori
Nedda Carmela Remigio
Tonio Gevorg Hakobyan
Silvio Dionisios Sourbis
Beppe Matteo Falcier
Primo contadino Fabio Tinalli
Secondo contadino Aurelio Cicero
Direttore Carlo Rizzi
Regia Pippo Delbono
Maestro del Coro Roberto Gabbiani
Scene Sergio Tramonti
Costumi Giusi Giustino
Luci Enrico Bagnoli

 

 


Nella capitale d'Italia, quella del 10 aprile 2018 rimarrà alla storia come la sera in cui la AS Roma sconfisse per tre reti a zero il Barcellona, qualificandosi per la semifinale di Champions League, di fronte a uno Stadio Olimpico tutto esaurito. Martedì sera, però, anche il Teatro dell'Opera di Roma era strapieno, per un evento forse meno memorabile, ma non meno lungamente atteso: era dal maggio del 1972, difatti, che il dittico più celebre del repertorio operistico non vi veniva rappresentato (mentre ai Pagliacci, senza Cavalleria, si è potuto assistere nel 2002 e nel 2009).

Per interrompere il lungo digiuno, la direzione del teatro ha affidato la regia a Pippo Delbono. La regia, contestata in modo sciatto, opinabile ed estremistico da taluni critici, che sono arrivati addirittura a definirla sui social “folle e insensata, a tratti fortemente irritante, in alcuni momenti solo stupida”, si è rivelata abbastanza statica e più tradizionale del previsto, ben recitata ed esteticamente gradevole, soprattutto in Pagliacci.

A irritare questi critici e una parte minoritaria del pubblico presente, alcune soluzioni registiche non troppo frequenti nei teatri d'opera, ma alle quali già ci è capitato di assistere, essendo del resto ampiamente sdoganate in ambiente teatrale da molti anni: un breve prologo sotto forma di ricordi personali scritto e recitato dal regista stesso ad apertura di serata, in cui vengono spiegate alcune scelte relative allo spettacolo; soprattutto la presenza in scena, a tratti, del regista, con incursioni meta-teatrali di stampo brechtiano. Nulla di sconvolgente, dunque, tanto più che il teatro nel teatro è il motore principale dei Pagliacci.

Che il regista abbia scelto di recitare e quindi di rimanere personalmente alla guida dello spettacolo per l'intero ciclo di repliche, inoltre, mi sembra una scelta interessante in un periodo storico in cui l'abitudine costante è quella di preparare tutto e poi, dopo la prima, lasciare lo spettacolo a sé stesso. Anche perché la regia di Cavalleria (già recensita da Bruno Tredicine per Operaclick) è molto personale, forse troppo, e proprio per questo risulta la meno riuscita delle due: il fuoco che arde all'inizio e durante l'Intermezzo è spiegato da Delbono, durante il prologo recitato, come memoria della madre, morta pochi giorni dopo aver assistito, con Delbono stesso, a un rogo pasquale, simbolo di morte e resurrezione.

Dimenticate il sole della Sicilia. La scena fissa curata da Sergio Tramonti è simbolica e affascinante: pareti color rosso pompeiano screziate da vampe nere donano alle due opere un'atmosfera cupa e claustrofobica; al centro, lo spazio ricavato viene usato per rappresentare la messa in scena da parte del regista; dai lati, alcune porte aprono squarci di luce dall'esterno e consentono l'ingresso e l'uscita dei personaggi. L'unico cambiamento scenografico evidente, al termine dell'Intermezzo di Pagliacci, è l'innalzamento della parete di fondo a rivelare uno splendido orizzonte marino luccicante nell'oscurità. I costumi di Giusi Giustino, altalenanti tra classici abiti da clown per la compagnia di pagliacci di Delbono e costumi che strizzano l'occhio alla tradizione siciliana per Cavalleria, è quanto di più semplice e di buon gusto si possa immaginare. Le luci di Enrico Bagnoli contribuiscono con esattezza e senza eccessi alla narrazione. I momenti in cui si notano maggiormente, oltre ai già citati tagli sull'apertura delle porte, sono quelli di immersione nel rosso, durante le manifestazioni di odio/sangue di Cavalleria, e l'accensione delle luci colorate da spettacolo che avvolgono l'intera sala dopo l'Intermezzo dei Pagliacci.

Sul palco insieme a Delbono, Bobò: un “vecchio piccolo attore sordomuto rimasto per cinquant'anni rinchiuso nel manicomio di Aversa”, come spiega il regista nel prologo. A Bobò vengono demandati un paio di momenti drammaturgicamente rilevanti, come il tenere la croce al centro del palco da solo, nel momento in cui il coro e Santuzza cantano l'inno per la processione pasquale, o lo stare seduto a un tavolino a bere vino e a riempire i bicchieri di Delbono e di Turiddu, prima del duello finale. In Pagliacci, oltre alla compagnia di Delbono, un ragazzo affetto dalla sindrome di Down di nome Gianluca ha affiancato Bobò nel ruolo di Arlecchino: simulando un volo d'uccello, i due hanno contribuito a creare un momento molto poetico durante l'aria di Nedda Stridono lassù, liberamente.

Dulcis in fundo, l'annosa questione relativa alla frase finale “La commedia è finita!” è stata spazzata via da Delbono: il regista stesso ha recitato le parole, dopo aver consolato Canio in modo molto simile a come aveva fatto con Lucia al termine di Cavalleria. Applausi del pubblico. Poi, alla fine, il regista si presenta alla ribalta durante gli applausi finali e un piccolo gruppo di spettatori attempati inscena una gazzarra. Delle ragazze sedute accanto a me mi chiedono candidamente “Ma sai perché quelli stanno fischiando?”.

La direzione musicale è stata affidata alle sapienti mani di Carlo Rizzi, il quale ha diretto Cavalleria in modo corretto e scarno, procedendo a rapide falcate, concentrandosi molto nel dare il tempo agli interpreti sul palco, vista la scelta di tempi a tratti serrati, e concedendo qualcosa al sentimentalismo solo nel Preludio, nell'Intermezzo e nella scena finale. In Pagliacci il volume medio sale, così come l'incalzare dei tempi e la sensazione di spigolosità nel legare musicalmente le scene. Buona la prova dell'Orchestra del Teatro dell'Opera di Roma. Un po' meno buona quella del coro guidato da Roberto Gabbiani, non tanto sul fronte della sincronia o della dizione, sempre abbastanza perspicua, quanto su quello dei colori e della morbidezza, aspetti importantissimi soprattutto in Cavalleria e realizzati in modo non troppo convincente.

Tra gli interpreti, eccellente Anita Rachvelishvili nei panni di Santuzza. Il mezzosoprano georgiano ha messo in mostra una voce potente, ricca e omogenea in tutti i registri, con acuti al fulmicotone, una dizione ottima e un fraseggio tradizionale ma ben impostato. Splendido momento il racconto Voi lo sapete, o mamma, tra i pochissimi della serata a ricevere un applauso a scena aperta, nonché il successivo duetto con Turiddu in cui la voce del tenore a tratti viene sommersa. Alfred Kim è un Turiddu dalla voce non sempre potente, che però si arricchisce in alto, e dalla dizione accettabile. Parte maluccio, con lo stornello fuori scena quasi gridato, e termina bene, con un convincente addio alla madre. Il suo problema non è tanto il canto, quanto l'interpretazione e il fraseggio abbastanza piatti che non rendono onore al personaggio di Turiddu, qui palesemente dominato dalla Santuzza della Rachvelishvili.

Fabio Sartori parte in modo non molto convincente, commettendo un lieve errore in una delle prime frasi e mostrando qualche incertezza. Da Vesti la giubba, però, il tenore si riscatta completamente, sfruttando la potenza di fuoco della propria canna e l'aspetto imponente, ricevendo un lungo applauso a scena aperta e portando a casa un finale da manuale, compreso un altrettanto veemente No, pagliaccio non son!, convincente tanto dal punto di vista canoro quanto da quello recitativo. Carmela Remigio, pur usandola con molta intelligenza, non ha una voce adatta a questo tipo di opera, tant'è che si trova a dover forzare in qualche occasione e che non sempre si impone come dovrebbe, soprattutto negli acuti mai “taglienti” al punto giusto. Si trova molto bene nelle scene più raccolte, però, come il duetto con Silvio, fraseggia da esperta e con ottima dizione e, cosa sempre utile, sa stare bene sul palcoscenico.

Gevorg Hakobyan ha voce abbastanza potente, buona dizione italiana e mostra un fraseggio studiato e anti-retorico. Crea un ottimo Alfio: cupo come le scene, dalla postura e dai gesti estremamente sorvegliati, dallo sguardo severo fin dal suo ingresso in scena, con la ben cantata cavatina Il cavallo scalpita. Meno interessante come Tonio, sebbene apprezziamo la scelta di non salire all'acuto di tradizione sulle parole «al pari di voi» pronunciate dal Prologo, così come in generale la definizione di un carattere più umano e meno macchiettistico; in questo la regia lo aiuta, ad esempio caratterizzando la “deformità” con l'appoggiarsi costantemente a un bastone da passeggio, segno di problemi deambulatori, ma senza vistose gobbe finte o altri ammennicoli.

Ottimi gli interpreti comprimari. Per Cavalleria Martina Belli dona buon canto e bell'aspetto a Lola, così come fa Anna Malavasi per Lucia. In Pagliacci Silvio è cantato con partecipazione e timbro piacevole da Dionisios Sourbis, mentre Matteo Falcier è un Beppe di tutto rispetto. Completano il cast Fabio Tinalli nei panni del primo contadino e Aurelio Cicero nei panni del secondo contadino.

Michelangelo Pecoraro

 
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