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Il Vangelo di tutti tra rabbia, paura , amore e poesia

Sabato 06 Maggio 2017 07:19

MENTELOCALE.it

Vangelo

Da mercoledì 3 maggio a domenica 7 maggio 2017 Acquista i biglietti online Guarda l'evento

Teatro Genova - Venerdì 5 maggio 2017

Pippo Delbono a Genova: il Vangelo di tutti tra rabbia, paura, amore e poesia

© Luca del Pia

Dal 3 al 7 maggio al Teatro della Corte, va in scena Vangelo, scritto e diretto da Pippo Delbono. Lo spettacolo, frutto della coproduzione fra Emilia Romagna Teatro, Hrvatsko Narodno e Kazaliste-Zagabria, vede in scena Pippo Delbono e la sua Compagnia, con la partecipazione, nella parte filmata, dei rifugiati del centro di accoglienza Piam di Asti. La scena è di Claude Santerre, i costumi sono di Antonella Cannarozzi, le luci di Fabio Sajiz. Le musiche originali per orchestra e coro polifonico sono di Enzo Avitabile.

Parte dalla rabbia e dal rifiuto. Iconoclastia, satira e parodia per gridare la negazione della libertà, puntare su errori di valutazione, irragionevolezza, chiusura e norme che escludono e vietano e che muovono dall'istituzione chiesa più che dal vangelo in sé. Mette in scena l'abbraccio umano, disperato eppure invincibile. L'amore che va oltre la morte. L'appartenza che supera costrizioni di luogo e tempo attraverso affetto e passione. Procede sfruttando il meccanismo delle paure, guardando ai condizionamenti sociali e culturali.

Al buio e alla fragilità in cui ci getta la malattia, l'anormalità, la diversità. Poi volta l'attenzione verso la strumentalizzazione: «Io non credo in Dio. Un Dio di kamikaze. Di crociate. In questo Dio maschio, sempre maschio». Si scaglia contro quell'accusa implicita, impossibile da evitare, l'essere peccatori. Più e più volte: «Ma peccatore di cosa? Di che cosa?».

Vaga nell'impossibilità di comprendere un Dio che ci constringe dentro questo angusto angolo della colpevolezza. Poi ritorna agli affetti primari: la madre, l'amore e i vangeli apocrifi, la buona novella, alcune parabole che raccontano di un Cristo buono, che non punisce e non giudica, come nell'episodio dell'adultera (dal Vangelo di Giovanni 8,1-11). Insieme al suo specialissimo popolo, Pippo Delbono fa della sua invettiva un ragionamento allargato, onestamente umile, realmente pre-occupato nell'atto di comprendere e lo cala nella materialità della vita e dei sentimenti, nella dimensione umana carnale, fatta di quelle percezioni che solo tramite il vissuto si manifestano in colori, sapori, suoni, odori e umori.

Il rito si apre, attraversa e torna al teatro e a una delle prime forme di rappresentazione, quella sacra. La teatralità dell'ultima cena è travestita da serata elegante all'opera. Assorbita l'articolata rilettura che accosta parole di Sant'Agostino e Pasolini, gestualità e movimenti di Bausch e coreografie anni '70, una drammaturgia scenica che rimanda a Brecht, Artaud ma anche al musical Jesus Christ Superstar, si traveste l'ultima cena aggiornandone il sacro rito con un'attualità mascherata e violenta vestita appunto di rosso, con un illegibile viso coperto, incappucciato, avvolto in tessuto nero. Questa volta i discepoli sono quelli che uccidono, sequestrano, abusano in nome di un dio, di un potere, di una posizione.

Mescolando le carte tra rappresentazione, teatralizzazione, documentazione, testimonianza, narrazioni antichissime e popolari, storie individuali poetiche e poesie liturgiche, Delbono cala nelle contraddizioni del contemporaneo il vangelo, l'istituzione della chiesa cattolica, la simbogia cristiana (soprattutto la crocifissione), della cristologia. Non c'è spazio, in senso letterale e metaforico, che il suo gesto, sia fisico o vocale, evocativo o direttivo non occupi. Delbono è voce fuori scena, più a lungo che in molti altri suoi spettacoli. Ci sorprende alla spalle mentre dalla platea si dirige verso il palco con i suoi soliti fogli in mano, che poi lascia cadere o getta al vento. È in video. È danza disarticolata. È grido. È domanda. È malato che percorre in video una solitaria via crucis. Sale e scende dalla scena. Si siede tra il pubblico. Scompare dal campo visivo, solo temporaneamente, ma resta in altra forma, sempre. Anche solo come immagine che tiene per mano Bobo o Gianluca.

In questa metateatralizzazione della sua interpretazione del vangelo, Delbono racconta di chi ci vuole spettatori educati, misurati osservatori, testimoni abilitati all'indifferenza, non al pensiero critico. Allontanati dalla propria libertà di pensiero, di genere, emozionale e identitaria, a teatro come in chiesa, in chiesa come a teatro: «Certi teatri sembrano quelle chiese con quel profumo di vecchio e il pubblico: così vecchi, così morti». Così il vangelo diventa pretesto per scardinare ogni immaginario, ogni icona, ogni assunto, l'idea stessa di credere, ogni dimensione istituzionale che per definizione limita, definisce, condiziona, inibisce, trattiene.

Sullo sfondo di un muro grigio, Delbono e il suo popolo compongono quadri che sono frammenti di libere associazioni, stralci esteticamente perfetti, come fermi immagine di fenomeni naturali, di un flusso di coscienza che non smette sbocciare e interrogarsi, di portare un ulteriore argomento al tavolo dei discepoli. Spinto in proscenio il muro, presenza costante e imponente, agisce invece che restare elemento scenico. Agisce fin dall'inizio attraverso cambi luci, prestandosi ad essere schermo, ma anche modernissimo calvario, luogo di tortura in sé, perché separa, perché nega il concetto stesso di unione, comprensione, incontro. Perché si erge nella sua lineare monumentalità in una misura disumana, rappresentando dunque l'invalicabile.

Seppure ogni quadro contenga una testimonianza a sé, un linguaggio e uno stile altro, sapori di epoche passate, chiamate in causa da tracce musicali, canzoni, melodie - altro tassello di questa drammaturgia ibrida - in cui viene trattenuta anche la parte seminale del lavoro (creato a Zagabria, come opera corale), in una raccolta di resti e tracce (memorie e piccoli oggetti) della guerra dei Balcani, ogni composizione finisce per essere cellula di un unico grande corpo martoriato e dolorante, eppure vivo e richiedende ascolto e attenzione empatica.

Contesa tra umano e divino, tra sacro e blasfemo, tra spettacolare e rituale, tra finzione visionaria e volti di rifugiati nascosti tra steli di canne verdissime, la composizione finisce per incarnare la contraddizione stessa della figura di Cristo, umano e divino, rilanciando un messaggio di verità, amore e rispetto.

 
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