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Traduzione recensione Frankfurter Allgemeine

Domenica 12 Marzo 2017 16:18

Dalla recensione di Vangelo / Frankfurter Allegemeine / di Olivier Jungen

 

Non posso camminare sull’acqua

Il regista teatrale Pippo Delbono ha realizzato un film intenso sull’arrivo dei rifugiati in Europa

 

Non si crede ai propri occhi. Ci sono ancora film coinvolgenti…

Ci sono film che non rappresentano ma che indicano, tracciano (un pensiero, una strada ideale da percorrere). Vangelo è uno di questi film, nel quale è molto presente l’artificio e al tempo stesso altrettanto autentico, tanto che si ha l’impressione, per così dire, di vedere doppio.

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Diverso e al contempo affine, come fosse un lontano parente di Christoph Schlingensief, Delbono si presenta privo di modestia e di ironia.

Il suo è uno straordinario « teatro dell’anima » ben riconoscibile e riconducibile a poetiche scaturite sia da una potente fisicità, presente alla radice delle sue coreografie (Delbono viene dal mondo della danza), che dalla Magia, tanto più che spesso le improvvisazioni dei suoi attori sono delle tematizzazioni (delle messe in scena) di singole/particolari esperienze.

Nel Film la Compagnia è presente solo sullo sfondo/marginalmente; altri infatti sono i temi centrali: i giovani rifugiati colti nella loro condizione di precarietà, sospesi fra la richiesta di asilo e la risposta/la decisione delle autorità italiane.

Delbono mette in risalto, evidenzia il contrasto fra le sue esperienze e il modo di vedere corrente. Ma non lo fa in una chiave astratta, viceversa pone se stesso in un contesto aperto, fatto di comunità e di condivisione.

Che la visione e la messa in scena scelte per il Film da Delbono siano aperte è chiaro fin dalle prime scene dove il regista si autoriprende mente si muove a stento lungo la corsia di una clinica, in concomitanza di una lunga degenza a causa di una malattia agli occhi, e dove afferma « vedo tutto doppio ».

Se è vera, questa domanda corre lungo lo stesso crinale fra astrazione e realtà sul quale si colloca anche la domanda di sua Madre che dal letto di morte gli chiese di creare un lavoro dedicato al Vangelo.

Ovviamente, come Buddista, Delbono si proclama distante da questo « Dio della paura », affermando però che nel luogo del teatro borghese può realizzarsi il « teatro dei ricchi ».

Quindi spezza ogni confine, ogni limite e con la camera portatile/e il telefonino si mescola agli altri, la sua vita insicura con quella degli altri (insicuri), come un tempo Gesù e i suoi seguaci, come oggi sono i rifugiati.

C’è il centro di raccolta dei rifugiati/richiedenti asilo che assomiglia a un convento di duemila anni fa con un sipario e una messa in scena -a tratti divertente- del Vangelo.

Lo spettatore assiste a tutto questo senza essere nè sentirsi un voyeur, anzi è un testimone del presente di questo mondo. Dodici giovani uomini, arabi e africani, dal fisico prestante, rapidamente si trasformano e diventano gli Apostoli dell’oggi. In seguito un altro figurante riconoscibile dalla foggia (avvolto in un drappo con la corona sul capo) urla e si dispera nella sua prigione dopo che Barabba l’ha respinto (e di fatto condannato).

La storia di Cristo nel film è presente in tutta la sua potenza ma è solo in filigrana, appare sullo sfondo, mentre a prendere corpo sono i racconti delle fughe dei singoli migranti.

Vangelo è il contrario della versione realizzata da Pier Paolo Pasolini (nel 1964)….

Pasolini ci ha sorpresi attraverso un linguaggio asciutto e vero proprio al rivoluzionario che è stato nel suo tempo; per Delbono la storia ha invece un solo/e altro merito, quello di schiudere  le porte dello spirito sul presente. Per questo il suo Gesù mentre nuota afferma: « non posso camminare sull’acqua », è una scena commovente che allude alle migliaia di rifugiati annegati.

Quando Delbono si impone « sui giovani apostoli » nelle diverse scene del Film, l’insieme conserva un suo equilibrio ; viceversa quando gioca e balla con loro si apre/si concede un po’ troppo….

Ma certamente è anche l’elemento di magia che caratterizza l’opera intera. Vediamo i protagonisti soprattutto per come essi stessi si sono sentiti e si sono potuti esprimere magari per la prima volta.

Delbono da parte sua con la sua inconfondibile cifra conferma la propensione per un pathos molto presente dato, in questa circostanza, dalla scelta di aver realmente vissuto a fianco dei rifugiati e, in parallelo, di aver vissuto con se stesso un periodo difficile.

« Forse è il sacro senso della vita, essere presenti più a lei stessa che non a noi ».

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