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Venerdì 19 Febbraio 2016 09:01
www.Sipario.it, 12 febbraio 2016

Buttiamola sul personale. «Ormai Pippo Delbono è un classico». E' il commento di un'amica alla fine di Vangelo di Pippo Delbono. Di primo acchito ciò sembra una definizione disimpegnante, che dice tutto e niente dello spettacolo, poi quella definizione ritorna in mente, risuona e sembra un buon punto da cui partire per raccontare il lavoro visionario di Delbono. Delbono è un classico, perché come tutti i grandi classici sa concentrare nelle sue opere il presente e l'eterno, l'oggi e lo ieri, il noto e l'ignoto.
Ecco questo accade in Vangelo. Pippo Delbono di nero vestito parte confessando il motivo del suo viaggio evangelico: la richiesta della madre di fare uno spettacolo sul Vangelo «così dai un messaggio d'amore. Ce n'è così tanto bisogno in questi tempi», risuona l'invito materno. Ma subito dopo Delbono urla il suo: «Io non credo in Dio, non ci credo». C'è dolore e rabbia in quest'urlo, c'è il peso della perdita, c'è la sofferenza delle illusioni infrante in quell'urlo, ma c'è anche l'invito a ricercare, a ricercare un Dio possibile, a ricercare il messaggio evangelico nel mondo, fra gli ultimi, nelle vite messe al muro dal dolore.
In questo senso Vangelo è un inno doloroso e un motivo di speranza al tempo tesso. Pippo Delbono narratore costruisce un racconto di immagini e musica che lascia attoniti, che sa stupire ed emozionare. Su quel muro grigio che avanza e soffoca si compone una crocifissione laica nel corpo scheletrico di Nelson, su quel muro vengono proiettate le immagini dei 'poveri cristi' del nostro presente. Sul palcoscenico si compongono le scene del nostro orrore quotidiano: la sfilata degli incappucciati che richiamano i boia dell'Isis, ci sono le tute arancioni dei prigionieri di Guantalamo, ma c'è anche l'esperienza personale e intima di Delbono ricoverato in ospedale per un problema visivo, c'è il massacro dei migranti a Castel Volturno...
Universale e particolare si intrecciano e allora la testimonianza di un migrante è verità come la presenza di Bobò, o la figura di Gianluca Ballarè seduto in un lettino bianco con al fianco un cavallino a dondolo. Immagini, immagini che si sovrappongono e si susseguono come l'omaggio hippy a Jesus Christ Superstar piuttosto che l'iniziale sfilata di tutti gli attori in frak, spettatori/specchio di fronte alla platea, riflesso di ciò che siamo, soggetti e oggetti di quel viaggio evangelico che richiede di ri-trovare il senso di quell'amore che si compie nell'altro, che si completa con l'altro. In Vangelo di Pippo Delbono c'è l'estetica di Delbono, c'è quello che ci si attende ogni volta dall'attore e performer, ma che ogni volta riesce a commuovere, conquistare e urtare al tempo stesso. Insomma Pippo Delbono sa essere un classico perché nella costruzione del suo teatro mette in atto un'estetica e una prassi che sono ormai stile per Delbono, ma come la lingua della poesia ogni volta riesce a stupire, a emozionare e ad aprire inediti prospettive su un mondo che va in cerca di una buona novella non per consolazione ma per l'urgenza di trovare una umanissima condivisione d'amore nei confronti del prossimo. In questo senso Delbono ha soddisfatto appieno la richiesta sul letto di morte della madre: «Perché Pippo non fai uno spettacolo sul Vangelo? Così dai un messaggio d'amore. Ce n'è così tanto bisogno di questi tempi».

Nicola Arrigoni

 
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