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Vangelo:La forza persuasiva della verità
Lunedì 08 Febbraio 2016 09:31
ateatro.it

Il Vangelo secondo Pippo Delbono

La forza persuasiva della verità

Pubblicato il 01/02/2016 / di / ateatro n. 157 / 0 commenti /

Pippo Delbono, Vangelo


Vangelo, il nuovo spettacolo di Pippo Delbono, ha la forza persuasiva della verità. Non di una verità rivelata, come potrebbe far pensare il riferimento a un testo, quello evangelico appunto, così come è stato inteso e asservito dalla tradizione ecclesiatica e clericale, ma della verità esistenziale e dei fatti. I quali, naturalmente, per essere percepiti nella loro realtà, hanno bisogno di essere “messi in forma”, filtrati da un montaggio delle emozioni, come direbbe uno dei riferimenti artistici di Delbono, Eugenio Barba. (Anche se la sua vera maestra è stata Pina Bausch, evocata nella prima scena, quasi una dedica alla memoria.)
E com’è nello stile di Delbono la messa in forma è realizzata in uno spettacolo grandioso, direi wagneriano se l’aggettivo non richiamasse una fastosità storico-mitologica qui assente, frutto della collaborazione con il Teatro Nazionale Croato di Zagabria e previsto anche in una forma esclusivamente musicale. Ma di musica ce n’è molta anche in questa versione teatrale, in prima nazionale all’Argentina di Roma. Anzi la musica, curata con Enzo Avitabile, autore anche di brani originali, avvolge tutto lo spettacolo, ne è l’elemento unificante. Musica alta e bassa, da Schumann a Jesus Christ Superstar, da Mozart ai Rolling Stones a De André, in una mescidanza di generi e toni caratteristica dell’artista ligure, che qui dirige fellinianamente la sua compagnia perfettamente amalgamata con quella di Zagabria, in un grande spazio delimitato in fondo da un muro a mezza altezza, di volta in volta schermo per inserti filmati, semplice fondale, parete lungo la quale gli attori possono stagliarsi in molteplici travestimenti (cardinali diavoli hippies danzanti ecc.), luogo di supplizio. Non a caso un critico avvertito come Gianfranco Capitta ha parlato di un cammino verso l’opera d’arte totale.

Pippo Delbono, Vangelo


Qui Delbono, come suo solito ma forse più del solito, scende in platea, risale sul palcoscenico, danza, con quel suo modo caratteristico, un po’ infantile, agile e goffo insieme, si espone in prima persona recitando i suoi affetti e, come un Prospero sofferente, dirige e accosta i vari frammenti di cui consta lo spettacolo. Una sorta di reperti che Delbono ha cercato, incontrato, scovato, inventato nella volontà di esaudire una richiesta della madre morente: quella di fare uno spettacolo sul Vangelo “così dai un messaggio d’amore. Ce n’è così tanto bisogno di questi tempi.” Frammenti che, prendendo risalto e significato nel montaggio, mirano tutti a un’unica meta: il superamento di un’educazione cattolica tradizionale, repressiva e penitenziale, come tutte le educazioni religiose, quindi anche ingenerosa verso la potenza stessa del cosiddetto “creato”, verso la realtà della condivisione della sofferenza, che è poi il vero e unico insegnamento di Gesù di Nazareth (Ivan Illich sosteneva che l’essenza del cristianesimo era tutta compendiata nella parabola del buon Samaritano, cioè di un infedele che si prende cura di uno sconosciuto bisognoso…).
Ecco allora che Vangelo declina in varie forme, spesso anche quelle del teatro di varietà intrecciate con momenti dell’attualità più tragica, una ricerca non dell’assoluto o del senso, cose astratte e manipolabili, bensì dell’amore e della libertà dell’amore. Della santificazione attraverso l’amore, che poi è, appunto, il nucleo del vangelo.

Pippo Delbono, Vangelo


Per questo parlavo prima di forza persuasiva della verità dei fatti. Solo nella concretezza della scena, nella confessione non simulata ma recitata, nella realtà di Bobò, Nelson, Gianluca, nelle storie dei disperati che incontriamo quotidianamente e che ci è comodo esorcizzare come emergenza o come cliché, nel disprezzo per il “bello” sano e banale e nella costruzione di un bello che invece esprima partecipazione anche fisica, insomma nell’ aspirazione a una bontà che sappia immedesimarsi trasformandosi in amore può emergere la verità che si nasconde dietro le apparenze del quotidiano. Rovesciando la prospettiva e santificando gli emarginati e i reietti, come in Genet, ma senza compiacimento estetizzante e con evangelica capacità di farsi bambino.
In questo senso, e solo in questo, credo che si possa dire che alla base di questo spettacolo, come di altri di Delbono, ci sia una sorta di sentimento laicamente religioso. E forse è questo aspetto che può dispiacere a spettatori disincantati, che confidano nella capacità di raggiungere certezze e per i quali può essere molto ostica questa affermazione di Delbono:

“Siamo come viaggiatori sperduti che cercano di capire qualcosa senza riuscirci. (…) Nel nostro cervello ci sono cose di cui non siamo consapevoli; poteri che non abbiamo ancora riconosciuto; la fede si muove in questo spazio.”

 
Vangelo:viaggio tra patimenti e scissioni del XXI secolo
Sabato 06 Febbraio 2016 14:51

ATTUALITA'.IT

”Vangelo” di Pippo Delbono

  • Venerdì, 29 Gennaio 2016 20:48
  • Scritto da  Franzina Ancona

vangelo teatro argentina delbonoUn viaggio fra i patimenti e le scissioni del XXI secolo

Roma, 28 gennaio - “Questo è teatro”, viene da dire, è anche il bisogno impellente di confrontarsi con le proprie idee e le convinzioni, quelle che ti fanno solcare la città lungo sperimentate  rotte e ti portano nei luoghi sacri delle rappresentazioni.  E diventa indispensabile, se si vuole assistere con l’onestà del critico, ritrovarsi in una nuova virginale identità e con occhi fanciulli ascoltare ed entrare nella magia del work in progress che si chiama “Vangelo” e che ha l’effervescenza inesauribile di Pippo Delbono e i suoi miti e i personaggi che lo rivestono di memorie, che sono prima di tutto lui e le sue età, e le esperienze del suo vissuto, e la madre, alla quale lo spettacolo è dedicato, interlocutrice assente, ma motivazione fortemente impressa nella carne viva di questo percorso di parola, ricordo, musica, sogno, allucinazione. Nello spazio scenico del teatro Argentina, e nella sala piena di coinvolti spettatori, la voce suadente e sensuale di Pippo Delbono parla  o legge con il sostegno di una lucetta  a led, tenuta a illuminare il testo che protegge nelle mani. E intanto solca gli spazi, incontenibile, parla di sé, citando i dottori della chiesa, Sant’Agostino, frasi di Pasolini, lacerti dai Vangeli,  parabole e suscitando con l’eco delle sue parole soffiate sul microfono, a volte quasi soltanto suono indistinto, un sommovimento mentale, una rivoluzione personale che si trasmette nel pubblico, anzi in ogni persona del pubblico modulata da sensibilità individuale, per invitarla al banchetto supremo di una forma di autoreferenzialità quasi a sfuggire a questo profluvio di memorie che non gli appartengono ma per simpatia hanno suscitato le proprie.

“Questo è teatro”, viene di mormorare, quasi a giustificare l’empatia affascinata, i trascinanti momenti musicali, il finale del Don Giovanni di Mozart,  lo Stabat Mater e i tanti momenti scritti per orchestra e coro polifonico con maestria e vicinanza semantica da Enzo Avitabile. E’ teatro anche nel chiaroscuro dei brani come “Sympathy For The Devil” dei Rolling Stones ed altri simili con il demoniaco che fa da contraltare. E’ teatro nelle splendide coreografie d’insieme, alla Broadway, in questo curatissimo gioco di luci  di Fabio Sajiz che seguono la “partitura” in fieri dell’opera, e danno ragione della sua originalità e della sua contemporaneità ad un tempo, con il ricorso alla cronaca, al reportage che coinvolge i mali, la migrazione scriteriata e selvaggia, in primo luogo. Un “Vangelo” del XXI° secolo per patimenti di oggi.  Anche il continuo trasformarsi della parola in movimento coreografico scisso, frantumato, assume un suo significato: è la libera interpretazione cinetica su binari paralleli con la parola. Dentro questo contenitore di linguaggi scenici c’è Pippo Delbono, il suo rapporto con la chiesa, la sua vicinanza con Cristo forse recuperata attraverso il dolore e poi perduta, la sua personale e apocalittica visione negli incontri con esseri umani contrassegnati dal dolore, dalla sofferenza di vivere, gente di confine, come il profugo afgano che ha visto morire il fratello in mare, come il clochard, il down, Bobò, l’amabile microcefalo sordomuto dell’ospedale di Aversa, oggi ottantenne, che ha preso a vivere con sé, tessendolo nello stesso ordito dello spettacolo. O spicchi di umanità che spuntano allucinanti dalla parete grigia del fondo del palcoscenico sulla quale scorrono in bianco e nero migranti africani nei campi di mais, sfruttati per pochi euro da un caporalato incoercibile. Poveri cristi che si confondono con un’immagine rimasta nella memoria di Delbono ricoverato in ospedale  per una malattia agli occhi, a fronteggiare la presenza di un crocefisso imperante su una parete bianca: “Vedevo doppio e cercavo di mettere a fuoco quell’immagine davanti a me” – sussurra Delbono sul suo “gelato”. L’immagine, dice, si sdoppiava e diventava grottesca, come doppio e grottesco appare il tempo nel quale non si può più riconoscere il vero dal falso, il reale dall’irreale, “dove l’esasperazione del moderno ci  ha fatto dimenticare qualcosa di sacro, di antico”. Perciò la clausola del suo spettacolo è quasi il completamento di un cammino a ritroso verso l’età dell’infanzia, con la scena che ospita un lettino-culla dove va ad accovacciarsi il giovane down Gianluca, e al suo fianco un grande cavallo a dondolo che Bobò, fa oscillare tirandolo per la coda: illustrazioni delle parole di Gesù :“Se non diventerete come bambini non entrerete nel regno dei Cieli”.  Delbono, buddista, contro il cattolicesimo che ha forse inquinato la sua fede bambina, ha costruito uno spettacolo, autoreferenziale come tutti i suoi lavori che hanno il sentore della sperimentazione geniale,  su suggerimento della madre che poco prima di morire gli aveva chiesto di fare un suo “Vangelo” come “un messaggio d’amore”. Un messaggio d’amore affidato a attori e gente comune perché il suo lavoro ha sempre valenza collettiva, perché lui ama la scena traboccante di umanità. Vale la pena citarli tutti, i presenti: Gianluca Ballarè, Bobò, Margherita Clemente, Pippo Delbono, Ilaria Distante, Simone Goggiano, Mario Intruglio, Nelson Lariccia, Gianni Parenti, Alma Prica, Pepe Robledo, Grazia Spinella, Nina Violic, Safi Zakria, Mirta Zecevic. Così come vanno citati i costumi di Antonella Cannarozzi, davvero fantasiosi e fuori tempo, così come le scene di Claude Santerre.  
Lo spettacolo è una produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione e Teatro Nazionale Croato di Zagabria. Co-produzione Théâtre Vidy Lausanne, Maison de la Culture d'Amiens - Centre de Création et de Production Theatre de Liège in collaborazione con Cinémathèque suisse- Lausanne, Teatro Comunale di Bologna.

 
VANGELO: catarsi dell'ateismo
Lunedì 01 Febbraio 2016 18:05

 

 

 

 

 

Vangelo di Pippo Delbono: “Catarsi dell’ateismo”

L'ultimo spettacolo di Pippo Delbono andato in scena all'Argentina di Roma

Posted on 1 febbraio 2016 da in Cultura, LOL

Quello che ha fatto Delbono con la musica, il video, le parole, le azioni, prese e messe dentro un palco, ha solcato su molti piani di lettura l’arte della messa in scena. È tutto l’amore sentimentale di un lied di Schumann ad aprire lo spettacolo. La mamma di Delbono è la fonte del soggetto: si parla del Vangelo, di Dio.

La mamma, come ci racconta Delbono, gli aveva chiesto, prima di morire, come mai non avesse mai fatto uno spettacolo sulla religione.

Eccolo. La solitudine, il tormento di qualcosa che si sarebbe dovuto fare o dire per la mamma viene fuori con tutta la spontaneità che Delbono è riuscito ad instillare in sé stesso e nella sua Compagnia. Come si fa poi a parlare di religione, Dio, Gesù, senza scadere nella banalità o in frasi già sentite? Infatti non c’è niente di nuovo né di rassicurante, anzi.

Delbono è riuscito con le figure che rappresentano la sua compagnia e degli immigrati, a portare in scena tutta la miseria umana possibile e immaginabile, ma senza porre quesiti, la risposta e la sua posizione è già chiara dall’inizio. In molti sono usciti dal teatro confusi, scontenti, delusi, “la solita solfa”. Ma c’è qualcosa di inesprimibilmente inaudito in fondo.

L’eco di qualcuno che sta dentro di noi, nascosto, ma che non può fare più niente per uscire perché è stato incatenato per anni e l’annichilimento lo ha dominato, ora si fa sentire, lacera l’anima, scuote profondamente. Non ho visto niente di così “banale” e incredibile allo stesso tempo.

Alla fine, un muro dal fondo della scena avanza verso il pubblico, spingendo Delbono che non vuole cadere, perché “se non sei fatto per noi, sei escluso”, com’ è successo ai gay, ai malati, agli immigrati, ai reietti, tutti lì, presenti sul palco. Ah e dimenticavo, anche a Gesù.

È andata proprio così, quasi alla fine dello spettacolo qualcuno non è riuscito a trattenersi, urlando: “BRACCIA RUBATE ALL’AGRICOLTURA!!”, evidentemente voleva esprimere del disappunto sullo spettacolo. Cosa poteva dire di più banale? Dopo questa visione riesco a dare una ragione a certe cose della vita che non hanno bisogno di quelle spiegazioni che tutti cercano continuamente di esternare.

 
Un Vangelo per soli peccatori di Renato Palazzi
Lunedì 01 Febbraio 2016 15:11

 
Vangelo di ogni tenera età
Lunedì 01 Febbraio 2016 14:54

“VANGELO” DI OGNI TENERA ETA’.

Di Rossella Traversa


Teatro Argentina, Roma. Dal 19 al 31 gennaio 2016
Il rapporto fra “Vangelo” e il suo regista, Pippo Delbono, è confidenziale, antropomorfico, diaristico.

Lo spettacolo in scena al Teatro Argentina di Roma dal 19 al 31 gennaio è l’opera contemporanea di un artista che entra ed esce – fisicamente e vocalmente – da un manuale di traduzione e di volgarizzazione di un testo cardine del cristianesimo cattolico.

La rivelazione motrice del racconto è il ricordo dei desideri di una madre, la mamma di Delbono, rispetto agli sforzi artistici del figlio: perché non creare opere sulle parrocchie, sull’incenso e sui riti che assimilano la vita di una vasta comunità di credenti …?

“Vangelo” parla, espone e mette sotto accusa l’amore di Dio e allo stesso tempo si misura – sfacciatamente – con l’Amore che dio. Delbono dimostra come non sia possibile avvicinarsi ai racconti di fede senza coinvolgere direttamente i sentimenti, chiamandoli per nome.

Il testo scenico poggia su ritmi cinematografici, tartassando la vista di immagini proiettate sul palco – fra “reportage” e sottotitoli – e una recitazione minimale che congiunge i gangli fra l’amore Infinito e gli amori finiti soprattutto attraverso una postura coreografica.

Delbono entra ed esce, dicevamo, come un cantastorie che dà voce all’umiliazione di non saper dire e di non saper essere.

Ogni schianto emotivo è nelle parole, scritte e ascoltate, e in questo senso è possibile scorgere in questo spettacolo la potenza del significato verbale.

Le Sacre Scritture indicano, i corpi evocano, e le musiche di Enzo Avitabile frantumano ogni possibilità di non essere feriti dal sacro.

La densità dei suoni in questo spettacolo rende il “teatro dell’evento” e fa guardare come possibile ogni desiderio di ascesi. In ognuno di noi. Teatro di ricerca, di approdi, di commistione e tentativi, dunque.

Il “Vangelo” è il tessuto di ogni sacrilegio di cui l’atto d’amore è capace: un’attrice parla in croato al suo innamorato, assente, e gli dice “ce ne sono di più belle di me, ma io so amarti meglio, sei il mio re, sei il mio idolo”.

Il “sacro” è la madre di Delbono, la sua fede, la sua scuola … Lo stesso artista si aggira nel teatro leggendo di quando – prima di morire – sua madre non volle più guardare il mare, e si chiede: “dov’è finita la tua fede, mamma? Dov’è finita la tua fede …?” La scoperta struggente, e tenerissima, di un attaccamento alla vita, alla terra, a quello che sappiamo di vedere e di aver visto, è il momento più religioso dello spettacolo. Preghiamo con lui, preghiamo ad un capezzale mai rimosso.

Le crocifissioni, le scelte di Barabba al posto di Gesù da parte del popolo sono il sostrato dell’ “evviva la libertà” nel finale, in cui l’amore per la libertà non può non conoscere l’amore per la solitudine.

Le immagini girate da Delbono in ospedale si intrecciano con la testimonianza di immigrati in fuga da paesi in guerra che offrono un racconto di sé quasi in mezzo ad una giungla …. Ti fidi di Dio …?


Rossella Traversa

 
Il Vangelo...ovvero della luce e della libertà
Giovedì 28 Gennaio 2016 22:28

Cultura

Il Vangelo secondo Pippo Delbono, ovvero della luce e della libertà

di | 28 gennaio 2016

Profilo blogger

Professore universitario e critico cinematografico

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All’inizio di Vangelo – il nuovo spettacolo di Pippo Delbono, che ha debuttato in prima nazionale al teatro Argentina di Roma, dove è in programma fino a domenica 31 gennaio – una serie di sedie è disposta sul palco frontalmente rispetto alla sala. Entrano gli attori, eleganti nei loro vestiti da sera, si siedono. Comincia così quella sorta di rito che è lo spettacolo. Un rito laico eppure profondamente religioso, non tanto per il titolo quanto perché è tutto il teatro di Pippo Delbono ad essere animato da un furore “laicamente religioso”: c’è sempre, al fondo del percorso di ricerca che conduce ad ogni spettacolo, una ricerca profonda del sé e dell’altro, dell’oltre del sé e dell’oltre assoluto. Come se il teatro fosse – insieme con il cinema, che non a caso è sempre più intrecciato al teatro negli spettacoli di Delbono – il luogo in cui lo scavo può andare più a fondo, in cui la verità si può meglio cercare e forse trovare, perché la verità ci rende liberi.

Dunque Vangelo: la fonte, l’eterna sorgente della ricerca di Pippo Delbono è la madre, che sul letto di morte – chi ha visto a suo tempo Sangue ricorderà la scena – chiede a Pippo di fare uno spettacolo sul Vangelo per diffondere una parola d’amore. E Pippo segue quest’indicazione, ma quasi come forma di riscatto. “Quanta rabbia avevo accumulato, da bambino, nelle chiese, luoghi dove il profumo di morte prevale rispetto al messaggio d’amore”, dice, portandoci lentamente verso il tema. Perché poi Vangelo è una grande epopea dell’amore, l’unico travolgente e forse rivoluzionario messaggio vero del Vangelo, che invece viene spesso sepolto sotto la coltre della scrittura.

Delbono allora reagisce, reagisce alla tradizione che pensa al Dio maschio, preferendo a quel Dio il diavolo, un po’ maschio un po’ femmina (e qui infila la parodia di Tu sei l’unica donna per me di Alan Sorrenti); reagisce alla falsa compassione, preferendo la vera com-passione, che vuol dire scendere nel buio e trovare qualcuno con cui risalire, ieri Bobò, microcefalo sordomuto trovato nel manicomio di Aversa e da decenni divenuto mitica icona ottantenne di tutti gli spettacoli e i film di Pippo Delbono, oggi i profughi, quelli che si sono salvati perché sono passati anch’essi dal buio del viaggio per riemergere in terra straniera. Pippo mostra i profughi, ripresi con pudore e con amore, con quella carnalità che sprizza da tutte le immagini che gira con le microcamere. E, in uno dei momenti più forti dello spettacolo, porta un profugo afgano in sala a raccontare il suo viaggio della speranza e della salvezza. Beati i poveri, i perseguitati, beati gli ultimi.

Lo spettacolo avanza, intrecciando quasi ludicamente le tappe del Vangelo e i simboli della liturgia tradizionale: dalla scelta tra Cristo e Barabba accostata a un percorso con le pistole alle suore che ballano giocosamente, dalla passione nel Getsemani accompagnata dalla musica del finale del Don Giovanni mozartiano: “Parlo, ascolta: più tempo non ho”, alla condanna rituale di Cristo (non a caso Nelson, altra icona di Delbono, vero Cristo dei nostri tempi obesi, nel corpo magro ed eloquente) ad opera dei giudici rossovestiti. E mentre avanza con una drammaturgia che procede per accostamenti in parallelo, per scontri, per evocazioni attraverso rimbalzi reciproci, libera il vero verbo del Vangelo, l’amore, la vita, la libertà, cioè il contrario della colpa, del peccato, della morte che hanno spesso prevalso nel messaggio religioso. Il Vangelo letto come squarcio di luce. Si tratta di cercare di vedere davvero, di vedere oltre: una delle fonti di ispirazione dello spettacolo è stata una malattia, una delle tante che per Pippo Delbono sono come momenti di verità. Colpito agli occhi, Pippo vedeva tutto doppio, e in questo periodo di solitudine e spiazzamento anche la croce, che gli stava davanti al letto di ospedale, liberava la sua potenziale ricchezza. Così tutto gli si presentava sotto il segno del doppio, come già in Orchidee, il cui tema era l’indistinguibilità del vero dal falso. Anche i luoghi della passione e della sofferenza, come quelli dei rifugiati e degli emarginati, rilucevano di una luce carica di speranza.

Come sempre il cuore del teatro – come del cinema – di Pippo Delbono è il montaggio: gli elementi portati in scena, più che essere i tasselli di un puzzle incomponibile, sono invece pietre che scintillano scontrandosi tra loro. Queste pietre si chiamano Sant’Agostino e Pasolini, i Rolling Stones e Mozart, Enzo Avitabile e Jesus Christ Superstar, i vestiti sgargianti della scena e le povere coperture dei migranti. Uno spettacolo come Vangelo sarebbe piaciuto a Sergei Eisenstein, che nel teorizzare il montaggio delle attrazioni teatrali insisteva sulla necessità di unire i vari momenti dello spettacolo non con il filo rosso di un racconto lineare, ma con lo scontro realizzato in vista della produzione di un’idea globale, di un effetto tematico finale, di un’immagine complessiva. Allora questo è forse il solco più fertile del teatro contemporaneo.

L’amore, la purezza, e dunque l’infanzia: l’ultima scena, con cui Pippo si congeda, è quella di Gianluca, storico attore down della compagnia, in una culla, mentre Bobò sul fondo è vicino a un cavallo a dondolo: se non diventerete come bambini non entrerete nel regno dei cieli.

 
Il vangelo apocrifo secondo Delbono
Giovedì 28 Gennaio 2016 11:13
di - 27 gennaio 2016-

Il Vangelo apocrifo secondo Pippo Delbono


Il caleidoscopio musicale e immaginifico dell’ultimo lavoro di Pippo Delbono,

Vangelo, si focalizza su due concetti chiave dello spettacolo teatrale: il diritto di far

sognare e la necessità di costituirsi come luogo della verità.


La cronaca delle ultime ore, giorni, mesi, anni ci schiaccia come un muro inesorabile e

annienta la fragilità e la bellezza dell’amore in tutte le sue dimensioni e sfumature:

libere, colorate, gioiose, sessuali, musicali. La realtà ci appare come quella parete

grigia di fondo che più volte si muove in avanti e si ritrae, simbolo di una dimensione

escludente, che attraversa la scena e su cui il regista, alter ego del diavolo, inchioda

alcuni degli attori, come dei poveri cristi.


Assecondare la richiesta della madre, fervente cattolica, che in fin di vita gli chiede di

far qualcosa sul Vangelo, in modo da dare un messaggio d’amore, – “ne abbiamo

tanto bisogno di questi tempi” – impone a Pippo Delbono una scelta: quale Vangelo o

quali Vangeli? Delbono dichiara la sua estraneità da buddhista alla temporalità della

chiesa cattolica che nella storia ha dato espressione nel mondo ad alcune delle

pagine più oscure della storia dell’umanità: crociate, morti, stragi, martiri, sete di

dominio e di potere.


Recupera allora grazie alle parole di Sant’Agostino e Pasolini, accompagnate e

alternate dalla musica di Enzo Avitabile, la radicalità della religione cattolica, quella

eversiva rispetto al potere, basata sull’amore sconfinato dell’altro, sulle beatitudini

evangeliche, su alcuni dei passi tratti dai 4 Vangeli che restituiscono libertà, pace

, gioia, fraternità agli oppressi, agli emarginati, ai rifugiati, alle donne, agli innocenti

, ristabilendo un equilibrio se pur fragile alla coscienza dello spettatore.


E la compagnia di Delbono – Bobò piccolo uomo sordomuto, analfabeta, incontrato

nel manicomio di Aversa dove era stato rinchiuso per 45 anni; Nelson Lariccia ex

clochard dall’aspetto signorile; Gianluca Ballarè ragazzo down; Pepe Robledo

attore argentino proveniente dal Libre Teatro Libre; Safi Zakria rifugiato afgano,

la compagnia del Teatro Nazionale Croato di Zagabria – grazie a Il Vangelo

acquista un senso più profondo, quasi ad evocare ed attualizzare più che mai il

celebre prologo di Giovanni: In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio, e il

Verbo era Dio (…) E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi

vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità.


Un teatro di carne, dunque questo di Pippo Delbono, con la gestualità e la musicalità,

ascrivibili all’incontro con Pina Bausch di cui fu allievo, e un teatro di parola, in

omaggio a Pasolini, se pur – questa sua – slabbrata, sincopata e schizofrenica. Ma è

anche Opera contemporanea perché s’innestano sulla scena gli inserti video, che

riflettono le immagini del mare di notte che inghiotte vite umane, quelle della sua

malattia che da qualche tempo gli fa vedere tutto doppio e quelle di un gruppo di

giovani africani immobili in una piantagione di mais.


Il Vangelo apocrifo secondo Pippo Delbono, in conclusione, non è per nulla

consolatorio ma è sicuramente liberatorio e riesce a trovare lo spazio tra libertà e

verità per il sogno, come nella danza collettiva degli attori vestiti da hippies sulle

musiche di Jesus Christ Superstar, perché lui ne è certo “Se questo Cristo ce

l’avessero raccontato così…”

 
IL Vangelo della vita
Mercoledì 27 Gennaio 2016 08:07

Pippo Delbono e il Vangelo della vita

Pubblicato il 25 gennaio 2016 da Enrico Fiore


ROMA – Dunque, s’intitola «Vangelo» il nuovo spettacolo di Pippo Delbono che – coprodotto da Emilia Romagna Teatro e dal Teatro Nazionale Croato di Zagabria – è adesso in scena all’Argentina. Però credo proprio che si tratti non del Vangelo canonico, bensì di quello particolarissimo di San Paolo, quale viene dichiarato nella Lettera ai Galati: «… nessun uomo è giustificato dalle opere della Legge ma mediante la fede in Gesù Cristo» (2, 16).
In breve, ci tocca, sempre, la necessità di scegliere fra la Carne e lo Spirito. E illuminante, al riguardo, è già l’attacco dello spettacolo. Le attrici e gli attori in abito da sera vanno ad occupare, al proscenio, undici sedie foderate di velluto rosso esattamente come le poltrone su cui siedono, in platea, gli spettatori abbigliati a caso: e siamo, così, allo scontro fra l’ufficialità (ovvero la Forma) e l’ordinarietà (ovvero la Vita).
Di pari passo, si sviluppa un altro e non meno decisivo scontro, quello, parallelo, fra l’«alto» e il «basso»: mentre un uomo e una donna s’abbracciano ripetutamente davanti a un nudo muro grigio, Pippo recita dietro le quinte la poesia in cui Sant’Agostino canta l’amore per Dio; e subito dopo appare in sala, e l’attraversa recitando la preghiera d’amore di Pasolini per i sempre umili e i sempre deboli. È lo stesso scarto che nella sequenza successiva si determina tra il personaggio che viene alla ribalta in un costume prezioso da fiaba o da operetta e la follia anonima ma libera della donna in rosso che s’agita davanti al muro predetto.
Di conseguenza, il Diavolo, debitamente cornuto, può assumere, insieme, le sembianze di ballerine in tutù e di Bobò, il microcefalo sordomuto che Delbono trovò nel manicomio di Aversa e prese con sé, facendone l’icona lancinante della propria poetica: in breve, abbiamo da un lato il corpo che diventa spettacolo (quindi «rappresentazione») e dall’altro il corpo che comunica soltanto se stesso, ossia la verità totalizzante dell’«esserci», al di là di quasiasi lenocinio ideologico e, per l’appunto, oltre la dittatura della legge, divina o umana che sia.

Enzo Avitabile

Enzo Avitabile

In questo senso, un apporto decisivo è fornito allo spettacolo dalle bellissime musiche di Enzo Avitabile, che trascorrono dalle linee melodiche limpide della tradizione colta alle sonorità «sporche» delle sacre rappresentazioni popolari, dai riti immobili del passato ai convulsi soprassalti che corrono oggi tra le opposte sponde del Mediterraneo. Ed ecco, allora, che «Vangelo» tocca il punto più alto quando in sala, sotto il proscenio, si presenta uno dei migranti a raccontare com’è scampato a quel mare, fra la Turchia e la Grecia, che ha inghiottito tanti e tanti dei suoi amici.
Sotto il profilo simbolico, poi, questo spettacolo magmatico e tenerissimo, e profondo e leggero, si riassume ed esalta nel filmato che mostra Pippo ricoverato in ospedale per una malattia agli occhi che gli faceva vedere doppio. Torna, insomma, l’imperativo categorico di dover scegliere tra le diverse «immagini» della realtà che il nostro tempo confuso ci propone di continuo. E forse il messaggio di «Vangelo» sta nel Bobò che trasforma il proprio bastone in una chitarra e nel ragazzo down Gianluca Ballaré che compare al termine in un lettuccio da bambini con tanto di camicina e di cuffietta in testa: sta, voglio dire, nell’innocenza come imperturbabile pienezza di sé.
Perciò, è giusto che al termine Pippo conduca per mano alla ribalta proprio Bobò, Gianluca e il migrante. Ed è giusto che siano loro tre – rimasti soli sul limite del palcoscenico, sul confine stretto tra la finzione e la realtà –  a ricevere gli applausi più intensi e appassionati.

Enrico Fiore

 
Vangelo: un teatro che ti resta dentro
Martedì 26 Gennaio 2016 11:37

WWW.ILGRIDO.ORG

di Patrizia Vitrugno

 

A suo modo ma il racconto è quello del Vangelo. Pippo Delbono concentra in un’ora e

cinquanta la sua visione del testo sacro senza provocare ma per parlare d’amore.

La genesi è subito dichiarata – la necessità appunto di un messaggio d’amore

suggerito dalla madre qualche giorno prima di morire – e diventa anche un dolce

ringraziamento nel finale.

E dalle 11 sedie schierate sul palco, al bimbo nella culla con alle spalle un cavallo a

dondolo, il “Vangelo” secondo Delbono (in prima nazionale al teatro Argentina di

Roma) è uno spettacolo in cui a turno ci si riconosce. Un vangelo, si diceva, a suo

modo, ma che, come nella “versione originale”, parla a ciascuno e di ciascuno.


La religione, infatti, qualunque essa sia, per  Delbono è un territorio di riconciliazione

perché, afferma: «Noi stessi siamo profughi dell’anima». Per questo in “Vangelo” c’è

la migrazione della sua anima assieme a quella dei corpi dei profughi che ogni giorno

perdono la vita in mare, per cercare di raggiungere le nostre coste; c’è il racconto

della sua esperienza di ricerca di un dio altro, rispetto a quello conosciuto da piccolo

quando ha interpretato Gesù bambino coi riccioli biondi durante le recite fatte in

parrocchia, accanto a quello di chi ha visto morire il proprio amico durante un

naufragio nel mar Mediterraneo; ci sono emozionanti poesie d’amore accanto a

“Sympathy For The Devil” dei Rolling Stones. E, come sempre, c’è un mix di attori e

persone comuni, linfa vitale delle sue creazioni che sono da sempre un lavoro

collettivo: croati si mescolano a migranti (presenti in alcune video-proiezioni girate

dallo stesso Delbono e che confluiranno in una produzione cinematografica

internazionale sviluppata tra Svizzera-Italia-Francia-Belgio e che trarrà spunto dalle

prove dello spettacolo teatrale), che si mescolano ai componenti storici della

compagnia e cioè a Bobò, a Nelson Lariccia, a Gianluca Ballarè e a Pepe Robledo.

Una scena dello spettacolo. Foto di Maria Bratos

Una scena dello spettacolo. Foto di Maria Bratos

A dare un logico filo conduttore le luci emozionanti di Fabio Sajiz e la musica

incalzante di Enzo Avitabile che assieme costruiscono un montaggio dal ritmo serrato,

capaci di sottolineare senza essere didascaliche e di raccontare quando non ci sono

parole.

Vangelo” raggiunge così quella compiutezza che i frammenti di voci, poesie, danze

e linguaggi differenti ma qui accostati altrimenti non avrebbero avuto.

Un’opera estremamente contemporanea che ritorna in mente anche a distanza

di ore o giorni perché ricca di suggestioni, stimoli, idee e visoni difficili da dimenticare

e che stimolano il pensiero. Un’opera che si stacca dal suo essere “spettacolo” per

diventare altro: un pensiero, un’emozione, una riflessione.

Un teatro che ti resta dentro.

Titolo Vangelo
 
Delbono :prendere o lasciare
Lunedì 25 Gennaio 2016 22:34

Vangelo - Teatro Argentina (Roma)

Scritto da  Lunedì, 25 Gennaio 2016

Artista sempre alla ricerca di sfide e capace di sperimentare sulla scena lavorando nel solco fertile tra autobiografia e cronaca, tra vita e teatro, Pippo Delbono presenta "Vangelo", in prima nazionale dal 19 al 31 gennaio al Teatro Argentina di Roma. Un’opera collettiva che, insieme alla sua compagnia, ha coinvolto gli attori, i danzatori, l’orchestra e il coro del Teatro Nazionale Croato di Zagabria, dove lo spettacolo è stato presentato lo scorso mese di dicembre.

 

VANGELO
uno spettacolo di Pippo Delbono
con Gianluca Ballarè, Bobò, Margherita Clemente, Pippo Delbono, Ilaria Distante, Simone Goggiano, Mario Intruglio, Nelson Lariccia, Gianni Parenti, Alma Prica,
Pepe Robledo, Grazia Spinella, Nina Violic, Safi Zakria, Mirta Zecevic
e con la partecipazione del film dei rifugiati del Centro di Accoglienza PIAM di Asti
immagini e film di Pippo Delbono
musiche originali per orchestra e coro polifonico Enzo Avitabile
scene Claude Santerre
costumi Antonella Cannarozzi
disegno luci Fabio Sajiz
produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione e Teatro Nazionale Croato di Zagabria
co-produzione Théâtre Vidy Lausanne, Maison de la Culture d'Amiens - Centre de Création et de Production, Theatre de Liège
in collaborazione con Cinémathèque suisse- Lausanne, Teatro Comunale di Bologna

 

Prendere o lasciare: con Pippo Delbono non si possono avere mezze misure. Io stesso per qualche tempo, forse troppo, l'avevo lasciato come un libro letto, un po' mitizzato dalla memoria storica del teatro (quando si faceva sul serio per picchiare sulle gengive del pubblico amorfo), per andare controcorrente. Insomma avevo relegato questo geniale teatrante in quel mondo per me contraddittorio e non sempre entusiasmante, ma interessante senza ombra di dubbio, della sperimentazione: quella sperimentazione che nel decennio degli anni Settanta ha segnato comunque la rigenerazione del senso del fare teatro, un teatro non sempre "bello", anzi spesso e volentieri "brutto", coriaceo, ma estremamente efficace per smuovere la poltrona sotto i culi di piombo.

Mi sono quindi recato all'Argentina convinto di assistere ad un ritorno, ad un revival, a un tirare le somme dei momenti esaltanti del "meglio che è passato" per dirla con Flaiano, con la certezza, rivelatasi erronea, che lo sguardo dello spettatore sarebbe stato rivolto alle spalle, a un guardarsi indietro piuttosto che a un guardarsi intorno - e tantomeno ad un guardare avanti.

Anche l'annotazione che ricorre nel programma di sala, "work in progress", non mi suscitava il senso di un effettivo procedere: del resto, pensavo, tutti gli allestimenti di Delbono sono sempre stati dei "work in progress", ovvero dei cantieri aperti dove i lavori non finiscono mai, vuoi perché il Theatermacher non vorrebbe mai concludere la rappresentazione, in quanto la fine dello spettacolo rappresenta ai suoi occhi la fine di tutto; vuoi anche perché la realtà fornisce tali e tanti spunti, simboli, agganci e riferimenti che si potrebbe continuare all'infinito.

Con mia grande sorpresa invece il "work in progress" Vangelo si è rivelato molto meno cantiere aperto di quanto l'autore e protagonista voglia far credere. Certamente ogni opera si può riscrivere, rimontare, rifare con altri parametri, tecnologie, Weltanschauung: che il teatro possa preludere ad un film, a un balletto, ad una versione di prosa in senso stretto è ben probabile e sono sicuro che ottenere risultati su più piani creativi rientri nelle convinzioni artistiche, nel credo di Delbono.

Tuttavia il Vangelo visto all'Argentina può essere connotato da due aggettivi: innovativo e compiuto. Innovativo perché mi sembra proprio che la sperimentazione, che spesso e volentieri confluisce nell'astrazione, nella simbolistica, venga messa se non da parte, certamente a cuccia in un angolo. Non mi sono dunque trovato al cospetto di un prodotto sperimentale, bensì di fronte al risultato della sperimentazione. Di tanti anni di sperimentazione, per essere chiari. Sono certo di sbagliarmi di poco sostenendo che con questo spettacolo la sperimentazione smette di sperimentare e comincia una nuova era del fare teatro: un teatro aperto alle sollecitazioni e agli input del mondo, della società, come il grido "siamo liberi?" lanciato da Delbono nel microfono a palla quasi a voler perforare le pareti, raggiungere la piazza, chi aspetta l'autobus o va a passeggio per Torre Argentina.

Qui il teatro ritorna alle sue origini religiose e mitologiche: quello di Delbono è il canto del Capro Espiatorio che invoca/maledice e nega un Dio silente e indifferente al dramma dell'uomo, alla crocefissione del figlio.

L'originalità sta poi tutta nel taglio dello spettacolo: un po' narrazione teatrale, un po' reportage sui nuovi mali del mondo e sofferenze umane, un po' teatro inchiesta, qualche imprecazione alla Grillo, insomma tutta la contemporaneità condensata in poco meno di due ore di spettacolo intenso, senza interruzione, qualche volta verboso, qualche volta meraviglioso con le splendide coreografie stile Broadway, perfetto il gioco di luci, belle le musiche.

Probabilmente lo spettacolo soffre di un luogo sacro come il Teatro Argentina frequentato da critici stanchi di scrivere, incattiviti dal loro non voler comprendere il nuovo: si tengano i loro Pirandello e Shakespeare, i loro nuovi scimmiottatori di teatro borghese, io da oggi ricomincio a seguire Delbono. Che non sarà "bello", anche se costumi e coreografie meritano l'applauso, ma certamente è qualcosa che non si vede altrove. E questo per il momento mi basta.


Tournée versione Opera:
Zagabria, Teatro Nazionale Croato, 11-16 dicembre 2015
Bologna,Teatro Comunale, 25-28 febbraio 2016
Zagabria Teatro Nazionale Croato, 9-14 marzo 2016
Théâtre de Liège: stagione 2016-17

Tournée versione Prosa:
Lausanne, Theatre Vidy 12-16 gennaio 2016
Roma, Teatro Argentina: 19-31 gennaio 2016
Modena, Teatro Storchi: 4-7 febbraio 2016
Théâtre du Rond Point de Paris : stagione 2016-17
Maison de la Culture d’Amiens : stagione 2016-17

 
il vangelo - www.femaleworld.it
Lunedì 25 Gennaio 2016 20:45

Il Vangelo secondo Pippo Delbono  - www.femaleworld.it

Posted gennaio 24th, 2016 by & filed under Cultura e spettacolo, Teatro.

 

Pippo Delbono è un artista unico. Sono anni che porta avanti caparbiamente e onoratamente la sua ricerca di un teatro fatto di essenzialità, purezza, verità, ai margini, indirizzata verso un indagine attenta e sensibile ad emarginati e ad oppressi. La sua sembra essere quasi una battaglia che il teatro amplifica ed esalta . Il suo operato è ombrato da una sacralità che lo contraddistingue e ce lo fa contendere col resto d’Europa. Difatti la nuova creazione che presenta in Italia ha avuto già un debutto europeo a Zagabria presso il Teatro Nazionale Croato in forma di opera lirica coinvolgendo attori, danzatori e orchestra su partitura musicale di Enzo Avitabile. Ora il lavoro debutta in nazionale a Roma, al Teatro Argentina, in una forma più prosaica e la parte operistica echeggia dietro un’enorme paratia di contenimento che chiude il fondo scena ma che all’occorrenza scivola fin in proscenio. Un diaframma scenografato in cemento armato che impedisce/contiene lo sconfinamento/straripamento di quanto di miracoloso sta per accadere su quel palcoscenico. Sul letto di morte la madre Pippo – dapprima chierichetto poi scout – che non si giustificava la scelta buddista del figlio, e dunque in eredità chiede al figlio di realizzare uno spettacolo sul Vangelo.

Vangelo di Pippo Delbono - foto di Maria Bratos.02

E Pippo con grande semplicità e un pizzico di curiosità si avventura, si insinua, si incrina in questo misterioso mondo della cristianità, facendolo da laico ma con integerrima onestà. A cominciare da quel banco regia, dove muove le prime leve dello spettacolo, sussurrando quasi al buio, ad un microfono le commoventi note biografiche che lo hanno spinto verso la realizzazione di questa nuova avventura, mentre a luci in sala si affievoliscono degli elegantissimi uomini e donne, undici per l’esattezza, prendono posto in ribalta per aspettare un novello Cristo che redige ancora una volta il suo calvario fatto di attraversamenti allusivi, cinematografici e non, condividendo il suo con il vissuto di testimonianze agite da chi vive una realtà fatta di emarginazione e profonda difficoltà di inserimento. Assistiamo per un ora e cinquanta di tesissima trazione emotiva ad un Vangelo laico dove l’amore regna universalmente e senza distinzioni di sorta. Uno spettacolo-confessione. È un amore nuovo quello che Pippo Delbono descrive e che per il quale, se nella chiesa di oggi vi fosse più comprensione e più aperura, l’attore volentieri vi prenderebbe posto fra i credenti più coinvolti. Dove l’amore impuro si fa Dio. Purtroppo ha dovuto cercar riparo in un altrove in cui non c’è pregiudizio o condanna ma accettazione, conforto, rifugio. Ma ugualmente la rifrazione resta un atto d’amore per una madre innanzitutto e in quanto una madre credeva, sperava e pregava ed un mondo di cui la cultura occidentale si nutre e dipende patendo vessazioni e processi quotidiani. Ecco allora che la riflessione non giunge invano ad un pubblico entusiasta e attonito.

VANGELO

uno spettacolo di Pippo Delbono

con Gianluca Ballarè, Bobò, Margherita Clemente, Pippo Delbono,

Ilaria Distante, Simone Goggiano, Mario Intruglio, Nelson Lariccia, Gianni Parenti, Alma Prica,

Pepe Robledo, Grazia Spinella, Nina Violic, Safi Zakria, Mirta Zecevic

e con la partecipazione del film dei rifugiati del Centro di Sccolgienza PIAM di Asti

immagini e film di Pippo Delbono

musiche originali per orchestra e coro polifonico Enzo Avitabile

produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione e Teatro Nazionale Croato di Zagabria

Teatro Argentina, Roma dal 19 al 31 gennaio

 
Commuoversia teatro con il "Vangelo" di Delbono
Lunedì 25 Gennaio 2016 17:43

BLOG

Commuoversi a teatro con il "Vangelo" di Delbono

Pubblicato: 25/01/2016 17:54 CET Aggiornato: 46 minuti fa
DELBONO

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Qualche giorno prima di morire mia madre, fervente cattolica, mi aveva detto: "Perché, Pippo, non fai uno spettacolo sul Vangelo? Così dai un messaggio d'amore. C'è n'è così tanto bisogno di questi tempi". La voce di Delbono diffusa dalle casse si sdoppia in una voce reale, accogliente. Mi giro e lo trovo seduto alle mie spalle in fondo alla sala. Mi sembra un film che vorrei vedessero in tanti. Sono i primi minuti dello spettacolo "Vangelo" con e di Pippo Delbono, fino al 31 gennaio in scena al Teatro Argentina a Roma.

Penso di amare - amare sul serio - Pippo Delbono sostanzialmente per una cosa: "smuove". È un perturbatore, un "disturbatore". È come una ruspa che porta in superficie le cose nascoste, gli fa prendere aria e luce, a volte riesce perfino a piantarci qualcosa e poi di nuovo rimesta... "Vangelo" per me è una deriva che usa tutto quello che ha a disposizione per lambire un tema - o forse meglio dire un motore - difficile da catturare: l'amore, o almeno il suo "intorno".

L'impressione che ho avuto è che lo spettacolo si vede a teatro ma potrebbe essere un film, un collage, o anche la significativa memoria di un cellulare costretta in qualche giga di disponibilità. "Vangelo" assicura quasi due ore nel mondo di un altro essere umano. E questo è raro, è scomodo e pure commovente. In pochi sono davvero disposti a farlo. Il regista e attore mette a disposizione la sua visione, la sua biografia e tutti i suoi fantasmi con candore di bambino.

Il risultato è gioioso, erotico, sexy, uno spettacolo di paillettes, suore allegre che combattono la cupezza di una certa idea di chiesa, di fede, di spirito. E forse anche di vita. Perfino gli africani arrivati in mare in Italia vengono catturati da un video nella natura nel sole, sulla terra, finalmente a destinazione. Allo stesso tempo però si parla di guerre personali, di paura, della morte e del dolore. Tutto questo sempre senza pudore. Condizione necessaria anche in chi guarda. Ecco perché finisco sempre a piangere durante i suoi spettacoli.

"Ma che amo, quando amo te? Non una bellezza corporea, né una grazia temporale, non lo splendore della luce, così caro a questi miei occhi, non le dolci melodie delle cantilene di ogni tono, non la fragranza dei fiori, degli unguenti e degli aromi, non la manna e il miele, non le membra accette agli amplessi della carne. Nulla di tutto ciò amo, quando amo il mio Dio. Eppure amo una sorta di luce e voce e odore e cibo e amplesso nell'amare il mio Dio: la luce, la voce, l'odore, il cibo, l'amplesso dell'uomo interiore che è in me, ove splende alla mia anima una luce non avvolta dallo spazio, ove risuona una voce non travolta dal tempo, ove olezza un profumo non disperso dal vento, ov'è colto un sapore non attenuato dalla voracità, ove si annoda una stretta non interrotta dalla sazietà. Ciò amo, quando amo il mio Dio".

Questa sembra una bellissima lettera d'amore, anche piuttosto carnale, e invece sono Le Confessioni di Sant'Agostino. Un modo per dire che anche la religione può partire dall'amore. E che tutti in questo senso possiamo credere, pur essendo atei e pur avendo una "simpatia per il diavolo". Sympathy for the devil e Sant'Agostino sono possibili estremi del nuovo Vangelo. Il bello è che niente esclude niente e nessuno. Siamo tutti compresi nello stesso testo, in uno stesso punto.

 
Vangelo di e con Pippo Delbono
Domenica 24 Gennaio 2016 23:38

VANGELO di e con Pippo Delbono

by

(Teatro Argentina – Roma, 19/31 gennaio 2016)

Torna al Teatro Argentina di Roma dal 19 al 31 gennaio la poesia nuda di Pippo Delbono.

Vangelo, spettacolo coprodotto da Emilia Romagna Teatro e Teatro Nazionale Croato di Zagabria, rilegge e rivive i passi di Matteo, Marco, Luca e Giovanni in un presente doloroso e sofferente, fatto di ricerca di libertà ma anche di desiderio di riconciliazione.

In Vangelo Delbono va alla ricerca del Gesù delle origini, scomodo e potente, portatore di messaggi rivoluzionari e non di quello dal volto sofferente e doloroso proposto dalla Chiesa, dal quale anzi era rifuggito da ragazzo attratto piuttosto dai concerti rock, dalle proteste contro il potere e il Vietnam, dalla cultura hippie. E’ un Vangelo che racconta le sue esperienze di vita, i suoi incontri con immigrati dell’Africa e del Medio Oriente incontrati nelle piantagioni di mais in Italia. Un racconto basato sul rifiuto di violenza e di stragi, in cui ritroviamo Schubert, i Led Zeppelin, Alan Sorrenti e Scialpi, le parole di Pasolini e Sant’Agostino e la sua ostinata ricerca di paesaggi, mari, tramonti, cieli che parlassero di miracoli, di luce. E poi la sua malattia agli occhi che lo costringe ad un letto d’ospedale e che lo pone per dieci giorni di fronte ad un crocifisso appeso a un muro bianco. “Vedere doppio e cercare di mettere a fuoco quell’immagine, quelle voci, quei suoni, quegli echi, quei silenzi sentiti in quei campi di zingari e di profughi, in quelle corsie d’ospedale, ma anche quella forza vitale, quella inspiegabile gioia trovata nei luoghi deputati al dolore”.

Emarginazione e malattia, storie di vita tra personale e cronaca, umanità e spiritualità, secondo una capacità rappresentativa unica, in grado di dare credibilità a peccato e redenzione.  Un racconto personale, un vangelo laico, un’elegia a deboli ed emarginati, essenziale e barocco, mistico e dissacrante, raccontato con ironia e concretezza.

Nato dalle note delle musiche composte con Enzo Avitabile, dopo l’anteprima di Zagabria in forma di un’opera teatrale e l’attuale spettacolo di prosa, Vangelo evolverà in una produzione cinematografica internazionale che prenderà vita nel corso delle prove dello spettacolo teatrale.

E Pippo Delbono con i suoi partner storici della compagnia, uniti ad attrici croate e ad un profugo afgano, lo urla e lo sdrammatizza con il suo personalissimo linguaggio, fatto di presenze, immagini e suoni, di brani musicali sorprendenti ma sempre coerenti, di movimenti ripetuti e scomposti, di geometrie perfette, con un uso straordinario e maniacale dello spazio fatto di vuoti e di pieni, di pause, di rette e circoli che lasciano il segno.

data di pubblicazione:24/01/2016

 
Il Vangelo secondo Pippo Delbono
Sabato 23 Gennaio 2016 13:05

Il vangelo secondo Pippo Delbono

23-01-2016  di Giuseppe Distefano
fonte: Città Nuova

Un’opera nata come risposta dell’artista all’invito della madre che, in punto di morte, gli ha chiesto di fare uno spettacolo sul Vangelo, “così dai un messaggio d’amore”



del bono

Più che in altri spettacoli, c’è qualcosa di sincero, di vero, nell’ultima opera di Pippo Delbono. Anzitutto perché nasce come “atto d’amore” dell’artista nei confronti della madre che, in punto di morte, gli ha chiesto di fare «… uno spettacolo sul Vangelo. Così dai un messaggio d’amore. C’è n’è così tanto bisogno di questi tempi».

E lui, non credente, oggi buddista, da sempre col rifiuto della religione cattolica, si è accostato alla materia religiosa facendone una ulteriore indagine autobiografica inserita nel più ampio orizzonte del dolore del mondo. Se lo si guarda come una tappa della sua ricerca esistenziale, “Vangelo”, al di là del discutibile risultato artistico – che, esteticamente e drammaturgicamente, può non convincere anche per l’eccessiva autoreferenzialità -, ci appare come un ulteriore affondo nell’interiorità di Delbono, un nuovo tassello del travaglio umano di una persona che non ha mai smesso di mostrarsi per quello che è. E di farlo, e di dirlo, col teatro.

Ad aneddoti, a pensieri, riflessioni ed esperienze della sua adolescenza, dei suoi anni turbolenti, dei suoi incontri importanti – e cita sempre quello con Bobò, il microcefalo sordomuto dell’ospedale di Aversa, oggi ottantenne, di cui si è preso cura prendendolo con sé e presente nei suoi spettacoli -, unisce brani del Vangelo che lo hanno maggiormente colpito per la carica rivoluzionaria che posseggono, e suggestioni poetiche - tra cui frasi di Pasolini e di sant’Agostino -, leggendoli a voce alta mentre attraversa la platea, stando seduto o salendo sul palcoscenico. Il suo procedere compositivo è “alla Pina Bausch”, ovvero per quadri, con passerelle dei performer in abiti eleganti, quotidiani, o dalle fogge pittoriche – ad esempio una sfilata di uomini incappucciati e in porpora, sorta di tribunale che giudicherà  un Cristo impersonato dall’ex clochard Nelson- che danno forma a schegge di storie che attraversano il mondo contemporaneo per parlare del buio dei nostri tempi ma con squarci di luce.

Sono immagini e sequenze che irrompono in balli, in musiche, in dichiarazioni al microfono, in testimonianze dirette – come quella di un rifugiato afgano che racconta la sua odissea in mare -, in figurazioni plastiche, accompagnati da gesti inconsulti e altri di compassione. E sono tante i riferimenti ai ricordi personali di Delbono – un bisogno di esorcizzare rabbia, sofferenze, lutti, malattie -, che sfumano nella denuncia di ingiustizie del nostro tempo raccolte in incontri con persone contrassegnate dalla sofferenza. Ricorre una sequenza emblematica: sulla grande parete grigia, che funge anche da schermo per proiezioni e che copre tutto il palcoscenico, si alternano delle crocifissioni di “poveri Cristi”, espressioni di un’umanità derelitta.

Un’immagine che riguarda l’esperienza diretta di Delbono costretto in un letto di ospedale per una malattia agli occhi a guardare per dieci giorni un crocifisso appeso a un muro bianco. «Vedevo doppio e cercavo di mettere a fuoco quell’immagine davanti a me», racconta nello spettacolo.«Vagavo per i corridoi dell’ospedale, cercando di raccontare –ancora una volta con la mia camera - quel mio disperato e grottesco vedere doppio. Come vedo doppio, disperato e grottesco questo tempo che attraversiamo, dove non riconosci più il vero dal falso, il reale dall’irreale, dove l’esasperazione del moderno ci ha fatto dimenticare qualcosa di sacro, di antico.

E alla fine mi sono rimaste dentro quelle immagini, quelle voci, quei suoni, quegli echi, quei silenzi sentiti in quei campi di zingari e di profughi, in quelle corsie d’ospedale, ma anche quella forza vitale, quella inspiegabile gioia trovata nei luoghi deputati al dolore».

Delbono suggella lo spettacolo mettendo al centro della scena una grande culla con dentro il giovane down Gianluca, e a fianco un cavallo a dondolo. E intanto legge la parabola del granello di senape caduto in terra e le parole di Gesù “Se non diventerete come bambini non entrerete nel regno dei Cieli”. «Anche questo spettacolo – chiude – è dedicato a mia madre».

Al Teatro Argentina di Roma, fino al 31/1; e a Modena, Teatro Storchi, dal 4 al 7/2. “Vangelo”, immagini e film di Pippo Delbono, musiche originali per orchestra e coro polifonico Enzo Avitabile, scene Claude Santerre, costumi Antonella Cannarozzi, disegno luci Fabio Sajiz. Produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione e Teatro Nazionale Croato di Zagabria. Co-produzione Théâtre Vidy Lausanne, Maison de la Culture d'Amiens - Centre de Création et de Production Theatre de Liège in collaborazione con Cinémathèque suisse- Lausanne, Teatro Comunale di Bologna.

 
La sfida del «Vangelo» racconta il presente
Sabato 23 Gennaio 2016 00:18

La sfida del «Vangelo» racconta il presente

di Gianfranco Capitta

Teatro. Il nuovo spettacolo di Delbono mescola suggestioni e memorie di altri suoi lavori a nuovi frammenti in una forma che tende sempre più all’opera d’arte totale

Il nuovo spettacolo di Pippo Delbono, Vangelo (all’Argentina fino a domenica 31 gennaio) si apre e quasi scaturisce da due ascendenze, due ancoraggi ereditari molto forti, paralleli quanto a loro modo intrecciati, pur senza risultare mai «concorrenziali». Sono due «assenze», entrambe forti e lancinanti, che l’artista esplicitamente rivendica. L’assenza della madre, scomparsa qualche anno fa, e dalla cui memoria sono già scaturiti diversi spettacoli e film di Delbono, e quella di Pina Bausch, la madre artistica, il genio scenico da cui Pippo andò a scuola di teatro, defunta anche lei ormai da sei anni. La prima è evocata con le parole che a questo spettacolo di «professione religiosa» hanno dato impulso, la seconda occupa tutta la scena con la lunga fila di sedie con cui si misurano gli attori, gli uomini rigorosamente in smoking e le donne in abito da sera.


L’una assenza serve quasi a esorcizzare l’altra, non riempiendone il vuoto doloroso, ma aiutando piuttosto a integrarlo in una organica armonia. Cerniera tra quelle due prospettive, la memoria di una infanzia religiosa e ingenua, dominata dalle contraddizioni che la chiesa romana seminava, nel solco tra le proprie affermazioni e i comportamenti ecclesiastici, tra il verbo evangelico imposto a formulario e lo spirito che ne veniva compresso. Ricordi lontani, preconciliari nella forma (quasi «felliniani» verrebbe da dire, con quelle teorie cardinalizie che tante volte hanno attraversato il teatro di Pippo Delbono) ma anche recenti nelle asserzioni assolutistiche dei «penultimi» papi, e che solo ora papa Francesco liberalizza e riempie di traboccante umanità (o almeno come viene percepita la sua predicazione e la sua condotta di vita). Una grande dialettica, quella tra spirito e lettera di quel Vangelo che dà titolo al percorso dell’artista, ma anche vaso onorabile di ogni Scrittura.

23VISSINVangelo di Pippo Delbono - foto di Maria Bratos.02 (2)


A condurre quella sinergia scenica tra denuncia e speranza, è poi di fatto la musica. Tanto che come «opera musicale» viene anche rappresentato questo Vangelo (prima a Zagabria il cui Teatro nazionale è coproduttore insieme a Emilia Romagna Teatro, e tra qualche settimana a Bologna), con tanto di cantanti, danzatori, coro e orchestra. Ma anche nella attuale versione «teatrale», è musicale la colonna vertebrale del racconto: aperto e chiuso dai lieder di Schumann che possono sfociare in Sympathy for the Devil e nell’omaggio a Frank Zappa, e poi passando tra l’altro per il Don Giovanni mozartiano per arrivare alla Morte secondo Fabrizio De André. Tutto integrato nel grande «binario» che Enzo Avitabile ha composto con Exeredati mundi.


Come ci ha abituato con altri grandi musicisti contemporanei (come Alexander Balanescu), Delbono tende sempre di più alla grande opera d’arte totale: parole, danza, immagini proiettate su quelle agite dal vivo da attori e danzatori, e unificate dalla musica. Quasi che il suo discorso, che punta dritto alla coscienza e all’intesa con ogni spettatore, non possa tralasciare nessun linguaggio per arrivare più forte. In questo senso non si può sottilizzare se certe immagini o certe composizioni sceniche rimandano a tanti altri titoli dell’artista. È come se l’album della memoria procedesse per accumulo di esperienze e visioni, che arricchite di nuovi frammenti indirizzino la sua rotta artistica ogni volta più avanti.


Per questo tutto il percorso sul Vangelo, sul suo significato originario e sui mille fraintendimenti (e forzature, e semplificazioni interessate) cui è stato sottoposto nei secoli, sfocia ora quasi naturalmente nel conflitto più bruciante della nostra attualità: quello che riguarda migranti e rifugiati. Appoggiandosi a sant’Agostino e a Pasolini, ma soprattutto alla bellezza icastica delle immagini. Come quelle marine su cui naviga la speranza dei fuggitivi, che spesso annega nell’indifferenza altrui e nella solitudine della morte.

23VISSINVangelo di Pippo Delbono - foto di Maria Bratos.03


Pippo Delbono sfida la retorica, sa che è in grado di ribaltare in valore positivo anche le espressioni più facili e scoperte, quando è il pensiero a tenere il timone della navigazione. Soprattutto quando può contare sulla dedizione e il calore della sua compagnia storica (ricompaiono antiche e care presenze) elettrizzata dal confronto con la nuova vague croata. È commovente ritrovare la sicurezza di Nelson (con una chioma sorprendentemente fluente) e la coerenza di Gianluca, non più eterno bambino ma pensieroso termine di confronto. E soprattutto dà da pensare Bobò dal cui viso parla la ricchezza del passare degli anni, e sembra mettere anche il teatro nell’album delle sue molte vite, esaltanti o umilianti che siano state. Ora, sembra gridare questo Vangelo di Pippo, l’emergenza è un’altra, e occorre aprire il cuore, oltre che occhi e orecchie, per coglierla ed affrontarla. Anche sfidando il dolore e la banalità di ogni giorno.

 
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