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Premio Melani per Pippo Delbono
Mercoledì 10 Maggio 2017 17:49
10.05.2017  00:01

Un fine settimana ricco di in iniziative. Lunedì, poi, Premio Melani a Pippo Delbono

di Monica Campani
Due presentazioni di libri e al cinema teatro Masaccio il Premio Melani. Un week end ricco di iniziative

 


Oltre a Cantiere civico, la manifestazione che si terrà nel centro storico della città sabato 13 maggio, saranno anche altre le iniziate a San Giovanni. Due le presentazioni di libri.

Il primo, "Via Maestra e dintorni", si terrà in Palazzo d'Arnolfo venerdì 13 maggio alle 17.30: il ritratto fotografico di San Giovanni nel novecento è a cura del Fotoclub il Palazzaccio con un testo di Stefano Beccastrini. Partecipano alla presentazione: Maurizio Viligiardi, Giulietta Piccioli del Fotoclub Il Palazzaccio, Stefano Beccastrini, Giorgio Sacchetti, Storico, Università degli Studi di Padova e Aldo Ferrucci, Aska Edizioni.

 

Il secondo libro, "Essenza del cibo e del gusto anche quando... è senza" di Elisa Spaghetti, verrà presentato sabato 13 maggio alle 16.30, sempre in Palazzo d'Arnolfo. Si tratta di un volume di ricette pratiche, originali e dietetiche per una cucina leggera e alternativa, con un'ampia introduzione sulle allergie e le intolleranze.

Lunedì, invece, 15 maggio si terrà il premio cinematografico in memoria di Marco Melani. Il Premio verrà tributato quest'anno a Pippo Delbono, autore, attore e regista.

Il premio a cura di Enrico Ghezzi, critico cinematografico, scrittore, autore e conduttore televisivo, coordinato dal Comune di San Giovanni Valdarno / Casa Masaccio Centro per l’arte contemporanea in collaborazione con la biblioteca comunale, sarà consegnato dal Sindaco Maurizio Viligiardi.

 

L’appuntamento con Delbono è quindi per lunedì 15 maggio dalle 17.00 alle 24 al Cinema Teatro Masaccio di San Giovanni, dove l’artista sarà presente per un incontro/ conversazione con Enrico Ghezzi e il pubblico. A seguire dalle 17.30 le proiezioni dei film Sangue (2013) e il cortometraggio La Visite ( 2014). Infine alle 21.30, consegna del Premio Marco Melani 2017 a Pippo Delbono e alle 22.00 proiezione del film Vangelo (2016).

Cultura

 
Il Vangelo di tutti tra rabbia, paura , amore e poesia
Sabato 06 Maggio 2017 07:19

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Vangelo

Da mercoledì 3 maggio a domenica 7 maggio 2017 Acquista i biglietti online Guarda l'evento

Teatro Genova - Venerdì 5 maggio 2017

Pippo Delbono a Genova: il Vangelo di tutti tra rabbia, paura, amore e poesia

© Luca del Pia

Dal 3 al 7 maggio al Teatro della Corte, va in scena Vangelo, scritto e diretto da Pippo Delbono. Lo spettacolo, frutto della coproduzione fra Emilia Romagna Teatro, Hrvatsko Narodno e Kazaliste-Zagabria, vede in scena Pippo Delbono e la sua Compagnia, con la partecipazione, nella parte filmata, dei rifugiati del centro di accoglienza Piam di Asti. La scena è di Claude Santerre, i costumi sono di Antonella Cannarozzi, le luci di Fabio Sajiz. Le musiche originali per orchestra e coro polifonico sono di Enzo Avitabile.

Parte dalla rabbia e dal rifiuto. Iconoclastia, satira e parodia per gridare la negazione della libertà, puntare su errori di valutazione, irragionevolezza, chiusura e norme che escludono e vietano e che muovono dall'istituzione chiesa più che dal vangelo in sé. Mette in scena l'abbraccio umano, disperato eppure invincibile. L'amore che va oltre la morte. L'appartenza che supera costrizioni di luogo e tempo attraverso affetto e passione. Procede sfruttando il meccanismo delle paure, guardando ai condizionamenti sociali e culturali.

Al buio e alla fragilità in cui ci getta la malattia, l'anormalità, la diversità. Poi volta l'attenzione verso la strumentalizzazione: «Io non credo in Dio. Un Dio di kamikaze. Di crociate. In questo Dio maschio, sempre maschio». Si scaglia contro quell'accusa implicita, impossibile da evitare, l'essere peccatori. Più e più volte: «Ma peccatore di cosa? Di che cosa?».

Vaga nell'impossibilità di comprendere un Dio che ci constringe dentro questo angusto angolo della colpevolezza. Poi ritorna agli affetti primari: la madre, l'amore e i vangeli apocrifi, la buona novella, alcune parabole che raccontano di un Cristo buono, che non punisce e non giudica, come nell'episodio dell'adultera (dal Vangelo di Giovanni 8,1-11). Insieme al suo specialissimo popolo, Pippo Delbono fa della sua invettiva un ragionamento allargato, onestamente umile, realmente pre-occupato nell'atto di comprendere e lo cala nella materialità della vita e dei sentimenti, nella dimensione umana carnale, fatta di quelle percezioni che solo tramite il vissuto si manifestano in colori, sapori, suoni, odori e umori.

Il rito si apre, attraversa e torna al teatro e a una delle prime forme di rappresentazione, quella sacra. La teatralità dell'ultima cena è travestita da serata elegante all'opera. Assorbita l'articolata rilettura che accosta parole di Sant'Agostino e Pasolini, gestualità e movimenti di Bausch e coreografie anni '70, una drammaturgia scenica che rimanda a Brecht, Artaud ma anche al musical Jesus Christ Superstar, si traveste l'ultima cena aggiornandone il sacro rito con un'attualità mascherata e violenta vestita appunto di rosso, con un illegibile viso coperto, incappucciato, avvolto in tessuto nero. Questa volta i discepoli sono quelli che uccidono, sequestrano, abusano in nome di un dio, di un potere, di una posizione.

Mescolando le carte tra rappresentazione, teatralizzazione, documentazione, testimonianza, narrazioni antichissime e popolari, storie individuali poetiche e poesie liturgiche, Delbono cala nelle contraddizioni del contemporaneo il vangelo, l'istituzione della chiesa cattolica, la simbogia cristiana (soprattutto la crocifissione), della cristologia. Non c'è spazio, in senso letterale e metaforico, che il suo gesto, sia fisico o vocale, evocativo o direttivo non occupi. Delbono è voce fuori scena, più a lungo che in molti altri suoi spettacoli. Ci sorprende alla spalle mentre dalla platea si dirige verso il palco con i suoi soliti fogli in mano, che poi lascia cadere o getta al vento. È in video. È danza disarticolata. È grido. È domanda. È malato che percorre in video una solitaria via crucis. Sale e scende dalla scena. Si siede tra il pubblico. Scompare dal campo visivo, solo temporaneamente, ma resta in altra forma, sempre. Anche solo come immagine che tiene per mano Bobo o Gianluca.

In questa metateatralizzazione della sua interpretazione del vangelo, Delbono racconta di chi ci vuole spettatori educati, misurati osservatori, testimoni abilitati all'indifferenza, non al pensiero critico. Allontanati dalla propria libertà di pensiero, di genere, emozionale e identitaria, a teatro come in chiesa, in chiesa come a teatro: «Certi teatri sembrano quelle chiese con quel profumo di vecchio e il pubblico: così vecchi, così morti». Così il vangelo diventa pretesto per scardinare ogni immaginario, ogni icona, ogni assunto, l'idea stessa di credere, ogni dimensione istituzionale che per definizione limita, definisce, condiziona, inibisce, trattiene.

Sullo sfondo di un muro grigio, Delbono e il suo popolo compongono quadri che sono frammenti di libere associazioni, stralci esteticamente perfetti, come fermi immagine di fenomeni naturali, di un flusso di coscienza che non smette sbocciare e interrogarsi, di portare un ulteriore argomento al tavolo dei discepoli. Spinto in proscenio il muro, presenza costante e imponente, agisce invece che restare elemento scenico. Agisce fin dall'inizio attraverso cambi luci, prestandosi ad essere schermo, ma anche modernissimo calvario, luogo di tortura in sé, perché separa, perché nega il concetto stesso di unione, comprensione, incontro. Perché si erge nella sua lineare monumentalità in una misura disumana, rappresentando dunque l'invalicabile.

Seppure ogni quadro contenga una testimonianza a sé, un linguaggio e uno stile altro, sapori di epoche passate, chiamate in causa da tracce musicali, canzoni, melodie - altro tassello di questa drammaturgia ibrida - in cui viene trattenuta anche la parte seminale del lavoro (creato a Zagabria, come opera corale), in una raccolta di resti e tracce (memorie e piccoli oggetti) della guerra dei Balcani, ogni composizione finisce per essere cellula di un unico grande corpo martoriato e dolorante, eppure vivo e richiedende ascolto e attenzione empatica.

Contesa tra umano e divino, tra sacro e blasfemo, tra spettacolare e rituale, tra finzione visionaria e volti di rifugiati nascosti tra steli di canne verdissime, la composizione finisce per incarnare la contraddizione stessa della figura di Cristo, umano e divino, rilanciando un messaggio di verità, amore e rispetto.

 
EVANGILE- Presse
Domenica 29 Gennaio 2017 13:14

Pour apprécier Vangelo, il faut se laisser porter par des mots, des images, des sentiments. Et des gens, surtout. Car Pippo est sur le plateau avec son monde, des comédiens pas comme les autres, qui sont avant tout des personnes, venues de tous horizons, souvent bizarres, grandes, grosses, maigres, trisomiques comme Gianluca ou microcéphales, sourdes et muettes, comme Bobo. » – Le Monde

« Voir un Pippo Delbono c’est assister à une cérémonie dont le rythme se casse parfois laissant place à la divagation. Ce grand plasticien est surtout un peintre qui sait fabriquer des images, la plus forte étant peut être l’une des dernières, une explosion hippie  où trône en maître bouddha, dans un lit bébé, Gianluca Ballare qui est atteint de Trisomie 21. » – Toute laCulture

« Tantôt sur scène, tantôt dans la salle, Pippo Delbono est le maître de cérémonie d’un cabaret rempli de personnages contrastés, emblématiques de l’humanité telle qu’elle est. Les tableaux s’enchaînent comme autant de visions : petits diables déchaînés, bonnes sœurs dansant le disco, femmes emprisonnées dans du cellophane ou encore réfugiés naufragés... » – Les5pièces

« L’art de Pippo Delbono est de créer des atmosphères envoutantes. De la scène d’ouverture, où sa troupe siège devant le public tel un parterre d’aristocrate décadents, à l’ascension du Golgotha par l’acteur lui même tirant un gigantesque mur en béton, chaque scène frappe par sa beauté. Il partage avec la metteuse en scène Pina Bausch cet art rare de savoir créer une émotion à partir d’un geste ou d’un objet. Comme chez Bausch, les plateaux dépouillés contrastent avec la force des images qu’ils dégagent. La comparaison s’arrête toutefois là, tant l’absence de décors foisonnant chez Pippo Delbono est largement compensé par un discours envahissant qui épaissit trop souvent la finesse de l’image. » – Un fauteuil pour l’orchestre

– « La voix caressante et rocailleuse, le corps massif et le souffle lourd, l’homme-orchestre, à fleur de peau, hurle et danse pour mieux se faire le chantre de l’amour et de la liberté. Il livre une charge anti-cathos radicaux et contre tous les fanatismes proférés au nom de Dieu. Quelque chose d’à la fois funèbre et d’éclatant paraît dans l’alliage du rouge capiteux et du noir caverneux qui éclairent le plateau d’une lumière toute particulière, proprement infernale. » – SceneWeb

– « Accroché de manière indéfectible à la vérité, le théâtre de Pippo Delbono se hisse une nouvelle fois à la hauteur du réel. C’est sans doute ce qui lui confère une telle puissance. Vive, libre, musicale, à la fois brute et recherchée, cette nouvelle création nous entraîne dans la matière incandescente du monde. » – La Terrasse

« Pippo parle, projette ses mots, cite des auteurs (saint Augustin), chante, saisit un violon, une guitare, prend ses acteurs par la main. C’est un rockeur mais de fête foraine, faisant tourner les mots et les gens avec la fièvre du samedi soir. Il trimballe partout où il va la place italienne, celle des petits villages où l’on peut parler et chanter tard dans la nuit, où les migrants sont parfois arrivés. Précisément, ils sont là, les réfugiés. Pippo les a filmés, à Asti où il est établi. Et la fraternité s’amplifie. » – WebTheatre

« La parole est le domaine réservé de Pippo Delbono qui, naviguant entre salle et scène, délivre son verbe profératoire riche en imprécations homilétiques et harangues furieuses, honnit le Dieu paradoxal, préfère le Diable vu comme un diablotin chantre de la liberté sexuelle et prône la vertu théologale de la charité. Et il danse aussi, sa danse-signature de vie et de mort. La tiédeur n’est pas de mise pour ses spectacles, dont celui-ci qu’il veut une fête et une provocation à la fois. On aime ou on déteste. » – Froggy’s Delight

– « Des vidéos de réfugiés dans un centre d’accueil italien soulignent le propos de manière appuyée mais touchante. Bien sûr, nous sommes d’accord avec ce cri d’amour pour l’humanité en danger, exilée et blessée, avec cette difficulté de se sentir abandonnés, trahis par les divinités censées nous guider. La troupe de Pippo Delbono, personnages sublimes et déchirants, qui danse sur une bande-son aux multiples couleurs, nous aura tendrement charmés à la lumière d’un plateau, colorée par les costumes et contrastée comme la vie. Un patchwork à la gloire de l’existence, en somme. » – Artistik Rezo

– « Á travers ce spectacle, j’ai eu besoin de revenir à des choses qui appartiennent à mon histoire personnelle, à ma vie d’homme élevé dans le catholicisme, à la relation que j’entretiens avec Dieu et la religion. » –  Pippo Delbono pour La Terrasse

 


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